L'Aquila post sisma, la vita impossibile degli imprenditori rimasti in città

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. Una storia incredibile, tanto da aver mosso ad indignazione persino il vescovo de L’Aquila, monsignor Giuseppe Molinari, che ha ritenuto di dover intervenire, per denunciare, quanto accade nella sua città.TERREMOTO, 19 MILIONI PER LE CASE ATER DANNEGGIATE

E quello che accade è davvero un paradosso. Nella città distrutta dal terremoto, dove il sisma ha ridotto case e fabbriche in macerie, e dove molti imprenditori sono scappati, o non sono stati più in grado di rilanciare la propria attività, chi vuole fare impresa, e sviluppare la propria produttività, è costretto ad andare via.

Accade, nello specifico, alla società All in One (azienda appartenente al Gruppo Spee, che opera a livello nazionale nel campo dei servizi integrati per la sicurezza e le soluzioni di televigilanza/videosorveglianza) che otto mesi fa ha presentato agli uffici competenti - Settore Territorio, Sportello Unico del Comune di L’Aquila - un’istanza per l’approvazione di un progetto di ampliamento industriale nel nucleo industriale di Campo di Pile.

Si trattava di un grosso investimento che avrebbe utilizzato risorse umane con un alto tasso di conoscenza informatica e professionalità specifiche nella ricerca e sviluppo, per posizionarsi da protagonista nel più innovativo dei trend tecnologici dei prossimi dieci anni: quello relativo al cloud computing, termine che sottintende la possibilità, per utenti di tutto il mondo, di distribuire e consumare servizi attraverso Internet, senza possedere una propria infrastruttura tecnologica.

Una futuristica realizzazione, progettata dal Gruppo Spee, che avrebbe avuto la sua sede operativa a L’Aquila e che avrebbe consentito un’occupazione di quaranta tecnici di elevata professionalità, oltre a fisiologiche sinergie e indotto con il mondo del trasferimento tecnologico e della formazione.

Ma il Comune ha negato le autorizzazioni presentando alla società il “diniego di permesso di costruire” con la seguente motivazione: «Per i contrasti con l’articolo 16 delle norme del P.R.T.E., poiché nelle zone per industriali non è ammesso un fabbricato per beni e servizi».

Il nuovo insediamento industriale sarebbe dovuto nascere nel lotto adiacente e retrostante a quello del fabbricato Panopticon, già esistente in Pile. La società All In One aveva ottenuto l’assegnazione del lotto dal Consorzio del Nucleo industriale de L’Aquila e per tale motivo aveva acquistato dai rispettivi proprietari il terreno relativo al lotto assegnato, per un totale di cinquemila metri quadri.

Adesso non soltanto non potrà utilizzare il terreno, ma sarà costretto a spostare il suo progetto altrove, precisamente a Trezzano Sul Naviglio, località contigua a Milano, ampliando e potenziando la già esistente filiale milanese del Gruppo Spee.

E pensare che Luciano Ardingo, presidente del Gruppo Spee, leader nel settore della sicurezza integrata, che ha collezionato successi in tutta Europa, dalle grandi griffe alle catene di distribuzione, ai grandi gruppi industriali e bancari, agli enti governativi e locali, era stato tra i pochi a restare saldamente in sella alla sua azienda dopo il devastante sisma di due anni fa.

Non si era fermato con il terremoto, e aveva ulteriormente aumentato la propria produttività nei mesi successivi, con nuove idee e la caparbietà di sempre, convinto di voler restare nel proprio territorio e contribuire alla sua (nuova) evoluzione industriale.

Ma se non l’aveva fatto arrendere il terremoto, adesso l’imprenditore si deve fermare di fronte all’immobilismo della classe politica, e spostarsi altrove.

«Una storia incredibile» l’ha appunto definita monsignor Molinari, che interviene a nome di tutti gli aquilani a cui vengono spontanee delle domande: perché succede tutto questo? Perché questa mancanza di attenzione alle imprese aquilane che vogliono ampliare e consolidare la loro presenza sul territorio?

«Queste imprese – suggerisce l’arcivescovo - andrebbero incoraggiate e premiate per i loro sforzi e per il coraggio di investire in una città e in un territorio così ferito dal terremoto. Perché queste imprese non vengono valorizzate e aiutate? Perché, addirittura, vengono ostacolate e penalizzate? Mi piacerebbe tanto avere qualche risposta».

Molinari non risparmia severe critiche agli amministratori aquilani, e definisce il loro comportamento «incomprensibile. Anzi è assurdo. È un suicidio!».

«La rinascita della nostra città - puntualizza - passa anche, e soprattutto, attraverso una politica che valorizza le imprese locali e le aiuta a crescere, ad essere strumenti efficaci e moderni per la ricostruzione. Ostacolare queste imprese, costringerle a lasciare la nostra città non solo è un danno grave per tante famiglie (dove non c’è lavoro), ma è anche una scelta irresponsabile e criminale. E la nostra città ha bisogno di ben altro!»

Per questo Molinari chiede di ritornare sulla decisione e far prevalere il buon senso e la ragionevolezza.

«Non si può solo rimproverare il Governo e lo Stato – dice con evidenti riferimenti - Dobbiamo, come Aquilani, chiederci continuamente e verificare se le nostre Amministrazioni locali stanno facendo tutto il loro dovere. Nel caso della All in one non sembra proprio».

 d.d.c. 24/03/11 11.23

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TERREMOTO, 19 MILIONI PER LE CASE ATER DANNEGGIATE

L'AQUILA.Sono 19 i milioni di euro a disposizione dell'Ater aquilana per il recupero degli immobili danneggiati dal sisma del 6 aprile 2009.

Di quesi soldi circa 13 milioni sono già appaltati. I fondi hanno coperto e copriranno i costi per la riparazione di 595 appartamenti i cui danni sono stati classificati A,B e C.

I dati sono resi noti dal commissario straordinario dell’Ater dell’Aquila, Piergiorgio Merli, nel fare il punto della situazione sugli interventi di competenza dell’azienda che ha il compito della ristrutturazione degli edifici con danni classificati A, B e C.

«Un buon numero di famiglie sono rientrate, altre rientreranno man mano che i lavori finiranno – spiega Merli -, la nostra attività va avanti secondo il programma prestabilito che abbiamo messo in campo superando mille difficoltà fin dai giorni successivi al terremoto del 6 aprile 2009. Ci siamo prodigati, non risparmiando energie, per accelerare i tempi nella consapevolezza che inquilini e proprietari, provati da quasi due anni di lontananza, vogliono tornare in case sicure. Ma chiarisco ancora che i ritardi non dipendono dalla nostra volontà».

Sono 1485 gli alloggi di edilizia popolare danneggiati dal sisma: 490 classificati con esito di danno “A”, 293 classificati “B”, 23 “C” e 679 “E”.

Due sono gli stabili crollati. Il recupero delle “E” è di competenza del Provveditorato interregionale alle Opere Lazio, Abruzzo e Molise. Il fabbisogno finanziario per la riparazione degli alloggi di competenza Ater è stimata in 23.290.136 di euro.

Merli ha di nuovo sottolineato il boom di domande arrivate per i vari appalti, da parte di aziende che hanno partecipato alle prequalifiche.

 «C’è stato un ribasso di circa il 20% ottenuto nelle procedure negoziate – spiega ancora Merli - un risparmio per lo Stato che sarà rimesso in circolo per altre ristrutturazioni».

24/03/11 11.26