«Il disastro urbanistico de L'Aquila è peggio del terremoto»

Alessandro Biancardi

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«Il disastro urbanistico de L'Aquila è peggio del terremoto»
L'AQUILA. Le associazioni come Italia Nostra, Wwf, Lipu, Legambiente lanciano un allarme per il «degrado ambientale» del territorio dell’Aquila e dell’intera valle dell’Aterno.

Dalle denunce raccolte emerge chiaramente che il post sisma sarebbe ben più drammatico del terremoto stesso e si chiede al Comune di prendere in esame un unico grande progetto di “ripianificazione dell’abitato”, «che sia a volume zero, che rispetti i diversi stili di vita e l’aspirazione al cambiamento, come già stanno facendo grandi e piccoli comuni italiani che non hanno subito un terremoto cosi distruttivo».

Sono già 4 gli incontri che si sono svolti nella piccola sede provvisoria di Legambiente, stracolma di cittadini e comitati che chiedono con forza azioni per fermare il degrado ambientale del territorio.

«Continuano a pervenire adesioni dei comitati spontanei, preoccupati di quanto è ormai sotto gli occhi di tutti, tranne che degli amministratori», raccontano Anna Narciso (Lipu L’Aquila), Fausto Corti (Italia Nostra L’Aquila), Franco Salvati (Legambiente L’Aquila) e Wwf. Comitati che nascono per opporsi a un singolo progetto che minaccia la loro zona, ma coscienti della necessità di una maggiore tutela delle peculiarità ambientali del territorio aquilano.

«DECINE DI PROGETTI ESTEMPORANEI»

Quello che maggiormente preoccupa le associazioni ambientaliste sono le decine di progetti estemporanei, nuovi e vecchi, che escono dal cappello di chi sta organizzando la ricostruzione. E il rischio è che tra una decina di anni ci si ritrovi davanti a realtà cittadine completamente trasformate e violentate.

«Ci sono progetti approvati senza troppi problemi», denunciano gli ambientalisti, «e sempre in deroga alle norme urbanistiche vigenti».

Allarmante, in special modo, sarebbe la totale mancanza di valutazione delle conseguenze di questi progetti sulla mobilità e sulla vita quotidiana dei cittadini.

«C’è un totale scollegamento tra un progetto e l’altro», dicono i rappresentanti, «ed a farne le spese è sempre il territorio agrario, quello che ha caratterizzato il prezioso paesaggio della conca aquilana, rimasto fino ad oggi integro, almeno in gran parte».

Sono fioccate parole gravi nell’ultima riunione, fino a ipotizzare che la “ricostruzione” sta facendo più danni del terremoto.

«A quelli che speculano sulla mancanza di pianificazione e regole per costruire anche dove ci sono vincoli», spiegano Narciso, Corti e Salvati, «si aggiungono tutti quelli che, per necessità o opportunismo, costruiscono casette e baracche. Siamo in presenza, per ammissione dello stesso Comune di L’Aquila, di un abusivismo diffuso e capillare, tale da rischiare di compromettere il nostro paesaggio e il nostro ecosistema, in quanto l’uso del suolo ha superato il limite di assorbimento».

«QUI SI RISCHIA LO SPOPOLAMENTO»

Molte, troppe, sono seconde case che poco hanno a che fare con l’emergenza. E se è comprensibile che alcuni cittadini ricorrano al “fai da te”, non avendo davanti una prospettiva certa di quando potranno tornare nelle proprie case, meno comprensibile è la posizione dell’amministrazione comunale, «titubante e accondiscendente», secondo le associazioni a questa situazione, «rinunciataria al governo del territorio nell’interesse di tutti».

«La situazione è talmente grave che, mentre si crede di creare opportunità al rientro in città di quei pochi ancora fuori, di fatto, si stanno mettendo le basi per il vero spopolamento», continua l'analisi delle associazioni.

«Il disastro urbanistico che si sta realizzando può solo favorire la fuga, specie di quelle famiglie con bambini che, stanche di “girare” in macchina tutto il giorno per raggiungere angoli sperduti in cui nascono centri commerciali, scuole, servizi, distanti decine di chilometri uno dall’altro, cercano condizioni di vivibilità migliori per se e per i propri figli».

LE RICHIESTE

Le associazioni chiedono di uscire dall’emergenza e di passare ad un governo del territorio fatto di «regole condivise». Ma chiedono anche la realizzazione delle sole opere indispensabili alla ricostruzione, per tutelare le peculiarità storiche e naturalistiche della città e di tutto il cratere e dicono basta ai vecchi progetti approvati con iter di emergenza.

Tra le richieste anche il ripristino ambientale e la salvaguardia delle unicità ambientali del lago del Vetoio e della Riserva delle sorgenti del Vera, oltre a tutti i parchi urbani e extraurbani. Il ripristino e la salvaguardia di tutte le aree fluviali, «con l’immediata sospensione di qualsiasi opera pensata o progettata che possa modificare il corso, la portata e la biodiversità del fiume Aterno e dei suoi affluenti»

ACERBO CONTRO PROCEDURE VIA

E nelle scorse ore il consigliere regionale di Rc, Maurizio Acerbo, si è scagliato contro le regole abruzzesi sulla Valutazione di Impatto Ambientale.

Davanti alla platea di Confindustria il presidente Chiodi nei giorni scorsi ha annunciato lo snellimento delle procedure di Via «già piuttosto evanescenti nella nostra regione», commenta Acerbo. «Il comitato Via esamina nel corso di una seduta decine di progetti con livelli di approfondimento immaginabili», continua il consigliere.

«Spesso e volentieri si decide per la non assoggettabilità di progetti che invece hanno un forte impatto (vedi piana di Navelli con conseguente richiesta di rinvio a giudizio, metropolitana all’Aquila, filovia a Pescara, ecc.). Chiodi non se ne è accorto ma l’Abruzzo è pieno di emergenze ambientali e non certo per eccesso di controlli. Le procedure VIA vanno riviste, come chiediamo da tempo, per dare più garanzie ai cittadini e alle comunità».

20/12/2010 9.49