Processo Grandi Rischi: la scienza ignorata ora ad uso dei legali

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. Portava la firma di Enzo Boschi la commissione del progetto S2 al Cnr “Valutazione del potenziale sismogenetico e probabilità dei forti terremoti in Italia”.

Commissionato nel 2004, elaborato nei due anni successivi, consegnato e pronto a un eventuale buon uso di scienziati e amministratori dal 2007. Uno studio che la Commissione Grandi Rischi, della quale lo stesso professor Boschi fece parte il 31 marzo 2009, non prese in nessuna considerazione per valutare la situazione e il reale rischio sismico dell’Aquila. La Commissione Grandi Rischi, oggi sotto processo a L’Aquila, era composta allora da Franco Barberi, Bernardo De Bernardinis, Enzo Boschi, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi, Claudio Eva, e Mauro Dolce, imputati di omicidio colposo, lesioni personali colpose e cooperazione nel delitto colposo di conseguenza al terremoto del 6 aprile 2009. L’accusa scaturisce dall’esito rassicurante della riunione degli esimi scienziati che potrebbe aver condizionato l’atteggiamento dei cittadini, o comunque di molti di essi, alle prese con una sequenza sismica che una settimana dopo la riunione è culminata nella scossa disastrosa per il capoluogo e per molti paesi e borghi circostanti. I morti furono 309.
Tra le sei testimonianze convocate per la prima udienza dopo l’interruzione natalizia tenutasi ieri presso il tribunale dell’Aquila, c’è stata quella della dottoressa Renata Rotondi, ricercatrice del CNR, che ha condotto lo studio del progetto S2. La deposizione più lunga della giornata e quella che più ha movimentato l’azione degli avvocati della difesa.
La dottoressa ha illustrato con estrema chiarezza il suo studio a Pubblico Ministero, giudice e avvocati. Nel 2007, quando la ricercatrice consegnò il suo lavoro, per l’area sismogenetica “25”, quella in cui è ricompreso l’Aquilano, la probabilità di un terremoto importante (intensità superiore a 5.5 Mw) entro il 2013 era stimata a poco più del 29%. L’area “25” racchiude il territorio che corre lungo l’Appennino dall’Umbria all’alta Campania. Un’area troppo vasta, secondo alcuni dei legali della difesa, per essere indicativa della zona ‘solo’ aquilana. Quella interessata da più scosse al giorno dal dicembre 2008.
Lo studio fu commissionato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dal Dipartimento di Protezione Civile in seguito a una convenzione tra i due enti stessi con lo scopo di illustrare il livello di probabilità di forti terremoti sul territorio italiano. Dati i committenti, uno studio pensato di utilità per la scienza senz’altro, ma anche per l’attività di prevenzione.
In qualità di allora presidente dell’INGV fu proprio il professor Boschi a firmare il progetto di ricerca. La dottoressa Rotondi, collaborando con geologi e sismologi, dal 2004 al 2006 ha elaborato e applicato modelli matematici che tengono conto del fattore tempo trascorso dall’ultimo terremoto rilevante e caratteristiche geologiche proprie di un’area. Modelli riconosciuti dalla comunità scientifica. Nulla di nuovo e nulla di contestabile, nonostante il tentativo di uno degli avvocati della difesa di ipotizzarne una certa ‘inaffidabilità’. «Ma a livello istituzionale scientifico e amministrativo quale sarebbe il riscontro di questo lavoro? Chi tiene conto dei risultati? I risultati sarebbero interessanti, ma se non se ne tiene in debito conto non sarà perché è inattendibile?» è stata la sua domanda al teste.
«Lo studio ha la funzione di aiutare amministrazioni pubbliche ed enti e chiunque sia chiamato a governare un territorio a scegliere le priorità di intervento ma, perché no, anche eventualmente a valutare una situazione di rischio». La ricercatrice non ha mancato di ripeterlo. «La scienza non fa politica, i dati sono dati, oggettivi e non soggetti a cambiamenti a seconda dell’uso che se ne fa».
La Commissione Grandi Rischi ha preferito non usarli affatto quando è stata chiamata a pronunciarsi sulla situazione sismica aquilana. Stesso trattamento riservato ai dati offerti dal cosiddetto rapporto Barberi (nome dell’altro professore anch’esso membro della Commissione e anch’esso imputato) cioè il “Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia Orientale”, realizzato da Abruzzo Engineering nel 2001, come ribadito anche da Altero Leone, dirigente del servizio di programmazione e servizio di protezione civile della Regione Abruzzo, presente alla riunione del 31 marzo 2009 insieme all’allora assessore Daniela Stati.
Di studi probabilistici ha parlato nel pomeriggio anche Warner Marzocchi dell’Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia. Nello specifico ha citato uno studio pubblicato proprio all’inizio dell’anno 2009, secondo il quale la probabilità di un terremoto rilevante nell’aquilano era stimata del 15% entro i successivi dieci anni.
Tanti i dati e le informazioni scientifiche fornite nell’aula di tribunale che adesso disponibili e utili al Giudice Marco Billi e ai legali delle parti per valutare colpevolezza o innocenza degli imputati.


DI ORIO: «NON C’ERANO I TERMINI PER CHIUDERE L’UNIVERSITA’»
Gli altri testimoni convocati per la prima udienza dopo l’interruzione natalizia tenutasi ieri presso il tribunale dell’Aquila: Ferdinando Di Orio, rettore dell’ateneo aquilano, Gianluca Ferrini, geologo docente dell’università dell’Aquila, Altero Leone, dirigente del servizio di programmazione e protezione civile della Regione, Pasquale De Santis, sismologo dell’università dell’Aquila, Gianfranco Colacito, giornalista responsabile di inabruzzo.com.
Di Iorio ha parlato della sua iniziativa di far partecipare alla riunione della commissione Grandi Rischi dopo la forte scossa del 30 marzo 2009, i due geologi e professori dell'Università dell'Aquila, Antonio Moretti e Gianluca Ferrini, per avere il parere di due esperti del luogo e conoscitori all'interno della riunione. «La commissione però - ha detto Di Orio in aula - non ha ritenuto necessaria la presenza dei due professori. Appresi dalla televisione l'esito della riunione e della comunicazione che le scosse fossero uno scarico graduale di energia e mi rimisi al parere di esperti di grande esperienza».
Alla domanda del Pubblico Ministero se avesse disposto la chiusura dell'Università dopo la scossa del 30 marzo, Di Iorio ha detto: «non erano stati chiusi nemmeno gli altri istituti scolastici e quindi neanch'io ho ritenuto opportuno farlo. Il signor Nicola Bianchi di Sora - ha rievocato sempre Di Orio su domanda del pm Fabio Picuti - disse in un intervista che il figlio era rimasto all'Aquila perchè l'Università era rimasta aperta. L'Università si può chiudere solo su intervento del Prefetto o del senato accademico neanche del rettore. Ritenemmo che non ci fossero i termini».
Il giornalista Colacito ha ricordato invece di aver intervistato poco prima della riunione del 31 marzo, Bernardo De Bernardinis, ex numero "due" della Dipartimento di protezione civile: «nella riunione del 31 marzo 2009 furono ripetute cose pacate, tranquille, che non significano in pratica nulla».


ASSENTE BERTOLASO
Assente Guido Bertolaso, ex-capo della Protezione Civile, impossibilitato a presentarsi perché all’estero. Il sostituto procuratore Roberta D'Avolio, ad apertura della decima udienza, ha depositato una raccomandata a firma della moglie dell'ex numero uno della Protezione civile nazionale, in cui si informa che Bertolaso rientrerà in Italia nella seconda metà di gennaio
Prevista anche per oggi una nuova udienza con una ulteriore serie di deposizioni a carattere tecnico-scientifico.
Marianna De Lellis  13/01/2012 08:10