Le mani della ‘ndrangheta sul terremoto, l’imprenditore aquilano si difende

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. Per Stefano Biasini, l’imprenditore aquilano finito in manette con l’accusa di avere legami con la ‘ndrangheta calabrese, «tutto è stato chiarito».

L’imprenditore ieri ha risposto per circa tre ore alle domande del gip del tribunale dell’Aquila Marco Billi e del pm Fabio Picuti nel corso dell’interrogatorio di garanzia.

Secondo l'accusa il costruttore aquilano, insieme agli altri arrestati (Antonino Vincenzo Valenti, il fratello Massimo Maria Valenti e Francesco Ielo) avrebbero fornito «concreto supporto logistico» alla penetrazione economica della cosca, intermediando per l'acquisto di quota parte del capitale sociale di una società interessata ai lavori, utilizzando le maestranze indicate dagli affiliati del sodalizio calabrese, usufruendo di imprese riconducibili alla cosca reggina.

Come confermano i due legali, Attilio Cecchini e Vincenzo Salvi, Biasini avrebbe fornito spiegazioni precise per chiarire la propria posizione. I legali hanno avanzato richiesta di scarcerazione o almeno il trasferimento ai domiciliari. Ma la procura si oppone e sostiene che l’imprenditore debba rimanere ancora in carcere. Il giudice deciderà nei prossimi giorni e sulla decisione peseranno certamente le risposte fornite ieri dall’indagato.

L’imprenditore ha spiegato agli inquirenti che quei lavori di ristrutturazione degli immobili danneggiati dal sisma (edifici privati), finiti sotto la lente di ingrandimento della magistratura aquilana, sono stati eseguiti esclusivamente dalla sua società. Non sarebbe dunque intervenuta alcuna impresa con legami con la criminalità organizzata calabrese. Ai presunti soci in affari affiliati alla 'Ndrangheta, Biasini ha rivelato di aver riservato esclusivamente l'ultimazione di un marciapiede della propria abitazione privata.

Ma a pesare sulla posizione dell’imprenditore sarebbe anche il legame con un ex socio d’affari legato a doppio filo con presunti affiliati della cosca mafiosa dei Caridi e Zindato. Proprio ieri l’indagato ha ribadito di aver rotto tutti i ponti con quella persona nel momento in cui ha scoperto intrecci e legami.

Questa circostanza, hanno spiegato gli avvocati difensori, sarebbe supportata anche da «numerose intercettazioni» in mano alla Finanza. E ieri mattina davanti al gip è comparso anche un secondo indagato, Massimo Maria Valenti, arrestato insieme a Biasini nei giorni scorsi. Valenti a causa di una invalidità al 100% è stato portato in tribunale in ambulanza e per lui sono stati disposti i domiciliari dal momento che lo stato di salute non è assolutamente compatibile con il carcere. Insieme agli arresti, sono scattati nei giorni scorsi i sequestri per la consistenza patrimoniale costituita da quote di 4 società, 8 automezzi, 5 immobili, 25 rapporti bancari, riconducibili agli indagati e delle attività commerciali a loro facenti capo, per un valore complessivo di oltre un milione di euro.

23/12/2011 08:26