Commissione grandi rischi: la procura chiede il processo

Alessandro Biancardi

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Commissione grandi rischi: la procura chiede il processo
L'AQUILA. E’ stata presentata nei giorni scorsi e sarà esaminata probabilmente prima della fine del mese la richiesta di rinvio a giudizio presentata dalla Procura della Repubblica per i componenti della Commissione grandi rischi.
L'accusa è di "omicidio colposo plurimo" in quanto, «pur avendo le conoscenze», non indicarono che si sarebbe dovuto evacuare l'Aquila, sottoposta da mesi a un intenso sciame sismico.
La richiesta, depositata presso l'ufficio del Gup - come scrive oggi dal quotidiano "La Repubblica" - sarà notificata entro la prossima settimana in quanto deve ancora essere scelto quale dei due Gup dovrà esaminarla, Giuseppe Grieco o Marco Belli.
Secondo il procuratore Alfredo Rossini e il suo sostituto, Fabio Picuti, gli scienziati della Commissione Grandi Rischi - organo consultivo e propositivo della Protezione civile su tutte le attività volte alla previsione e prevenzione delle varie ipotesi di rischio - il 31 marzo del 2009, sei giorni prima della devastante scossa, pur riunendosi all'Aquila per analizzare lo sciame sismico, non attivarono le necessarie misure, perciò suoi componenti avrebbero compiuto «negligenze fatali».
Il 3 giugno scorso la Procura aquilana notificò l'avviso di chiusura indagine - che ha valore di informazione di garanzia - a sette componenti di quella Commissione: Franco Barberi (presidente vicario), Enzo Boschi (presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia), Bernardo De Bernardinis (vice capo della protezione civile), Mauro Dolce, (responsabile dell'ufficio rischio sismico della Protezione Civile), Giulio Selvaggi (direttore del Centro nazionale terremoti), Gian Michele Calvi (direttore della fondazione 'Eucentre') e Claudio Eva (ordinario di fisica terrestre dell'Università di Genova).
Il provvedimento suscitò numerosissime polemiche: «Abbiamo indagato sulla Commissione grandi rischi - disse Rossini - perché ci sono state denunce di persone che hanno subito questa situazione. E' un lavoro serio e molto importante, speriamo di arrivare ad un risultato conforme a quello che la gente si aspetta». Questa dichiarazione fu contestata, tra gli altri, dal capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, e da buona parte del Dipartimento che in una nota affermò: «Davvero non si comprende quale sia l'obiettivo della magistratura aquilana: non può infatti che auspicarsi che l'operato della magistratura inquirente non sia diretto, come invece afferma il procuratore capo, 'ad un risultato conforme a cio' che la gente si aspettà» perché, così facendo, «si arriverebbe all'assurdo che la giustizia non persegue l'applicazione delle norme, ma gli umori e i desideri di una parte della popolazione, seppur colpita da lutti e sofferenze enormi».
L'inchiesta era stata avviata in seguito a un esposto presentato dall'avvocato aquilano Antonio Valentini, firmato poi da molti cittadini. Alla riunione della Commissione parteciparono anche l'assessore alla Protezione civile della Regione Abruzzo Daniela Stati, il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, e il dirigente della Protezione civile abruzzese, Altero Leone.
«Quella sera - disse Cialente - io ero il vaso di coccio che faceva domande. Ma ricordo molto bene le parole di Enzo Boschi dell'Ingv: ma che volete, all'Aquila prima o poi un terremoto arriva...».
Le polemiche che ormai si trascinano da un anno e mezzo si giocano tutte sul filo degli equivoci e della logica.
La Commissione grandi rischi ha sempre detto che è impossibile prevedere i terremoti, purtuttavia per i lunghi mesi dello sciame sismico ha sempre tranquillizzato la popolazione, presupponendo che non ci fosse il pericolo di una scossa forte e così “prevedendo” e cadendo in un equivoco fatale.
Ad ogni modo come sottolineano anche i pm in capo alla Commissione vi erano anche precisi obblighi di prevenzione che dovevano essere posti in essere.
Solo dopo la scossa alcune di queste prevenzioni mancate si sono manifestate con estrema chiarezza e devastante potenza: i campi dove allestire le tendopoli sarebbero stati decisi all'ultimo momento, i vigili del fuoco in servizio la notte del 6 aprile erano meno di una decina, il centro di coordinamento dell'emergenza era stato stabilito prima del terremoto nella prefettura, poi rovinosamente crollata e così il tutto fu trasferito nel pieno dell'emergenza nella caserma della Gdf di Coppito che diventerà il vero epicentro delle decisioni.
Gli altri punti centrali che dovranno essere ventualmente chiariti dal processo, semmai vi sarà, sono anche l'aver ignorato totalmente il dato storico che chiarisce in maniera ineluttabile che ogni 300 anni a L'Aquila vi è stata una scossa devastante sempre preceduta da sciami sismici: perché nel 2009 dopo quattro mesi di scosse sarebbe dovuta andare diversamente?
Inoltre si è parlato di impossibilità di evaucuare una città: magari è vero ma tra l'evacuazione di una città e la pianificazione di misure precauzionali ce ne corre.
Vista la paura di quei giorni precedenti al sisma devastante nulla vietava l'allestimento di campi per chi avrebbe desiderato dormire fuori casa per precauzione.
Quella sì sarebbe stata prevenzione intelligente, avrebbe rassicurato migliaia di persone terrorizzate ed avrebbe potuto salvare vite.
Invece di continuare a dire come un disco rotto: “state tranquilli”.

17/07/2010 12.32

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