Ricostruzione: «un anno di attesa per le case B e C»

Alessandro Biancardi

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L'AQUILA. Le linee giuda per la ricostruzione saranno definite entro fine settimana e tradotte subito in Decreto dopo un percorso di condivisione con i sindaci. * FUTURO DE L'AQUILA DALLE MACERIE, CICCOZZI: «PENSARE AL RICICLAGGIO»
Lo ha annunciato il presidente e commissario alla ricostruzione Gianni Chiodi.
La ricostruzione sarà lunga e difficile, lo sanno tutti e almeno sui tempi è arrivata qualche conferma dallo stesso Chiodi: «si prospetta un' attesa entro un anno per le case classificate B o C. Ad oggi le domande pervenute sono circa 4.000 già finanziate ma ad oggi i cantieri aperti sono pochissimi pertanto si sollecitano le imprese ad iniziare i lavori. Per gli immobili di tipo E i tecnici hanno richiesto una proroga per la progettazione fino al 31 dicembre e non è possibile dare avvio ai lavori prima che sia terminata la progettazione».
Intanto si sta pensando alle linee guida della Struttura Tecnica di Missione (attiva dal 1° febbraio) che sarà composta, dopo le selezioni, da non più di 30 persone che in sinergia con i sindaci dovranno raccogliere tutte le criticità.
«Si stanno occupando delle linee guida l'ingegner Fontana e l'ingegner Nola», ha ricordato Chiodi, «non si tratterà di una mega struttura».
Per la ricostruzione occorre dividere 2 aree: edifici pubblici ed edilizia privata.
Per gli edifici pubblici il Cipe ha stanziato 200 milioni di euro per la ricostruzione di 27 edifici.
Per quanto riguarda l'edilizia universitaria e scolastica, il Governo Nazionale ha già messo a disposizione 40 milioni di
euro.

LA RICOSTRUZIONE DELLE PRIME CASE

Per questo settore Chiodi ha ricordato che il Cipe ha stanziato con proprie delibere risorse pari ad oltre 7 miliardi di euro (compresi 2 miliardi di euro dalla cassa deposito e prestiti erogati attraverso l'ABI ed il Ministero dell'Economia), volte a finanziare interventi di ricostruzione. La delibera 35/2009 assegna 3.955 milioni di euro con priorità per gli interventi che riguardano il patrimonio abitativo; la delibera 46/2009  prevede 87,9 milioni di euro per lavori che interessano la strada statale dell'Appennino abruzzese e apulo-sannitico e 113,372 milioni di euro per la manutenzione straordinaria delle infrastrutture nell'area colpita dal sisma; la delibera 47/2009 assegna circa 226 milioni di euro per la ricostruzione e la messa in sicurezza degli edifici scolastici danneggiati; la delibera 79/2009 assegna 40 milioni di euro in favore della parziale ricostruzione dell'Università de L'Aquila; la delibera 82/2009 assegna 200,85 milioni di euro, a valere sul Fondo infrastrutture, per la tempestiva esecuzione di interventi di ricostruzione di 27 edifici pubblici della città e della provincia de L'Aquila. Poi c'è la delibera 95/2009 che assegna 223 milioni di euro per l'anno 2009 e 567 milioni di euro per l'anno 2010, a valere sui fondi stanziati con la citata delibera 35/2009, per interventi urgenti di riparazione delle unità immobiliari classificate A, B e C danneggiate a seguito degli eventi sismici.
«Verranno sottoposte al Cipe», ha spiegato Chiodi, «ulteriori proposte di assegnazione di risorse in materia di: edilizia pubblica e privata, sviluppo economico e sociale (creazione di zone franche urbane, finanziamento a contratti di programma ), sanità, reti ferroviarie.
Per quanto riguarda la seconda casa il finanziamento sarà per gli interventi strutturali e delle parti comuni.


23/02/2010 9.40

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FUTURO DE L'AQUILA DALLE MACERIE, CICCOZZI: «PENSARE AL RICICLAGGIO»

L'AQUILA. Sono ancora 4 i milioni di macerie da rimuovere dopo il sisma. Nel 2010 si conta di eliminarne almeno un quarto.
Ci sono macerie nel centro de L'Aquila, nelle periferie e nelle frazioni dei Comuni del cratere.
La città è paralizzata da cumuli di detriti che sono come 'congelati' dalla notte del 6 aprile.
Toglierli tutti sarà una impresa immane e senza questa prima operazione sarà impossibile far ripartire la vera ricostruzione.
Antonello Ciccozzi, docente di Antropologia culturale presso l'Università degli Studi dell'Aquila, pensa che proprio dalle macerie possa nascere un nuovo futuro e suggerisce di pensare all'opposizione tra smaltimento e riciclaggio «ossia al bivio tra uno scenario di sostenibilità e uno di consumo.
«Personalmente», spiega Ciccozzi, «credo che si debba con forza respingere qualsiasi prospettiva di smaltimento, per avviarsi verso un'economia della sostenibilità che preveda il trattamento delle macerie in forma di riciclaggio, e in modo da insediare nell'area aquilana uno stabilimento industriale adibito a tale produzione. Questo significa non solo ricavare materiale dal rifiuto, ma trasformare un problema in una risorsa, una spesa in un guadagno, una barriera in una prospettiva, una tragedia in un lavoro. Questo significa per L'Aquila una parola: futuro».
Per il docente «in Italia la cultura edilizia della demolizione e del riciclaggio dei materiali da costruzione non è ancora stata recepita con dovizia. Occorrerebbe che i politici iniziassero a guardare all'estero per chiamare chi è in possesso delle migliori tecnologie attualmente disponibili su scala planetaria, per pensare a un insediamento industriale che si occupi di questa forma di produzione, per un discorso all'avanguardia che possa essere anche occasione di laboratorio di sviluppo e miglioramento della tecnologia stessa di riciclaggio».
Questo, secondo Ciccozzi, consentirebbe alla città di uscire da quello che definisce «il rischio del 'rattoppo' di gran parte del tessuto condominiale, che si profila all'orizzonte».
«In altre nazioni», continua il docente, «la scelta tra ristrutturazione e abbattimento di un condominio riguarda una scelta costi/benefici che tiene conto delle spese e del valore di mercato in modo lucido e lungimirante. In nazioni come la Germania un condominio può essere demolito anche per lavori che superano appena la reintonacatura. Una ditta spacializzata smonta tutti gli infissi e gli interni, poi il palazzo viene demolito; il mucchio di ferro, cemento e mattoni che ne resta entrano in una fabbrica, ed esce ferro e materiale inerte per l'edilizia. Il tutto richiede mediamente circa una settimana di tempo. Non è possibile che ci dobbiamo ridurre alla ricerca di terreni entro cui seppellire la città. Non è possibile che ci accingiamo a rattoppare centinaia di palazzi infartuati esponendo i nostri posteri a un rischio assurdo».
Ovviamente, sottolinea il docente, per i palazzi del centro storico andrebbe fatto un discorso di selezione qualitativa dei materiali, per i condomini della periferia sarebbe più adatto un approccio quantitativo; «ma, tenendo conto di una necessaria differenziazione della tipologia di intervento, in entrambi i casi, ancora, dovrebbe valere l'imperativo ecologico del riciclaggio, concretamente, della ricerca della massimizzazione del materiale riciclabile».
Questo discorso a L'Aquila è stato affrontato solo marginalmente grazie all'interessamento del consigliare Antonello Bernardi.
«Ma ora», continua Ciccozzi, «nel momento decisivo, è preoccupantemente sparito dal dibattito pubblico e istituzionale. Queste righe vogliono sulla vitale imprescindibilità dell'argomento, e un monito per avvertire tutti dei rischi che corriamo. Se L'Aquila vuole ancora provare a diventare d'esempio per il mondo, trasformando la catastrofe in catarsi, la strada della ricostruzione non può che passare per i territori della sostenibilità. Solo così potremo diventare un luogo esemplare per il futuro».

23/02/2010 10.33