Prevenzione antisismica. Ecco la lista dimenticata delle cose da fare del 1988

Alessandro Biancardi

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Prevenzione antisismica. Ecco la lista dimenticata delle cose da fare del 1988
L’AQUILA. La prevenzione antisismica, che avrebbe potuto salvare molte vite, è tutta scritta in un documento del 1988 battuto a macchina da un ingegnere della Soprintendenza de L’Aquila.
Una relazione che - neanche a dirlo- è rimasta al buio in qualche cassetto.
Era bastata una esercitazione, con la simulazione di un terremoto di intensità compresa tra il 7° e 8° grado della scala Mercalli fra i Comuni di Barete e Pizzoli, per svelare l'impreparazione di cittadini e addetti ai lavori.
Era il 22 settembre 1988.
Dopo quel giorno di vent'anni fa, l'ingegnere Claudio Panone, che aveva istituito il Settore “Protezione del Patrimonio Architettonico dal Rischio Sismico” presso la Soprintendenza, stilò una lista di cose “da fare”.
Una relazione sintetica che, letta oggi, è scioccante per semplicità e veridicità alla luce del terremoto del 6 aprile scorso che ha messo a nudo tutti i punti deboli che Panone aveva già evidenziato anni fa.
Analisi tecnica e schematica ma oggi più che mai rivelatrice.
Con un deciso e candido «Osservazioni e proposte», l'ingegnere decise di iniziare quella relazione che sperava venisse presa in considerazione ma che invece non ebbe seguito.

COSA SI DOVEVA FARE?

Infrastrutture, educazione, politica, proposte.
Quattro macroaree nelle quali si erano trovate delle falle e nelle quali si poteva migliorare.
Tra le infrastrutture più vulnerabili era stato individuato il palazzo del Governo che, fungendo da sala operativa, doveva avere una «adeguata antisisimicità».
Ed invece sappiamo tutti che si è accartocciato su se stesso.
Secondo Panone bisognava allestire della aree attrezzate a livello comprensoriale pronte ad ospitare strutture mobili per il ricovero, il vettovagliamento, il ristoro e l'atterraggio di mezzi di soccorso ed in più dotate di rete di servizi (acqua, luce, telefono).
Ed invece tutto questo a L'Aquila, in quella fredda notte d'aprile, non c'era e i cittadini hanno dovuto aspettare ore prima di capire dove potevano essere assistiti.
Senza parlare della rete viaria «idonea e di facile percorribilità» che ogni nucleo abitato avrebbe dovuto avere.
«Verifica della idoneità ed eventuale adeguamento delle strutture» è quanto si legge nel documento sulle scuole e gli uffici pubblici.
Ma lo spazio più ampio viene dedicato al capitolo “Educazione”.
Ma sempre solo nella relazione, perché nella realtà la maggior parte della popolazione non sapeva come comportarsi in caso di sisma.
L'ingegnere aquilano aveva prescritto nel dettaglio come fare: gruppi operativi permanenti (corsi per alcuni dipendenti degli Enti pubblici), collaboratori volontari (cittadini addestrati in ogni centro abitato), mappatura dei punti di maggiore rischio (informazione degli abitanti nei quartieri più a rischio), corsi di protezione civile (nozioni basilari da insegnare agli studenti nelle scuole), istruzione della popolazione (riunioni, volantini esplicativi, spot pubblicitari). Un compito importante era stato assegnato anche alla Politica che si sarebbe dovuta attivare per reperire finanziamenti al fine di mettere in sicurezza gli edifici e i centri storici.
Le tre pagine dimenticate e inapplicate si chiudono con la proposta di una ulteriore simulazione per corpi specializzati e rappresentanti di enti «atta a simulare condizioni più attinenti alla realtà: operazione in area di centro storico con strade strette, simulazione di ingombri ed ostacoli da macerie».
Ed invece, leggendo queste carte oggi, tornano alla mente solo le immagine delle persone che hanno scavato al buio a mani nude per ore.
E la cosa strana è che da venti anni a questa parte si sono spesi miliardi di vecchie lire in prevenzione antisismica o progetti di protezione civile.

m.r. 29/12/2009 10.46



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