Crolli. Nuovo esposto su presunte omissioni e mancata prevenzione

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

3821

Crolli. Nuovo esposto su presunte omissioni e mancata prevenzione
L'AQUILA. Nuovo esposto presentato oggi per accertare eventuali responsabilità dei 309 decessi a seguito della scossa del 6 aprile scorso. La rabbia dei genitori degli studenti morti: «l'Università doveva salvare i nostri figli». * LA LETTERA APERTA AGLI AQUILANI DI BERTOLASO, 6 MESI DOPO
A sei mesi dal terremoto che ha sconvolto la città va avanti l'inchiesta della Procura per accertare responsabilità sui crolli degli edifici pubblici e privati che non hanno retto al sisma di 5.9 gradi della scala Richter pari al 9 grado della scala Mercalli.
Entro la prima decade di ottobre arriveranno i risultati delle perizie. In quel frangente potrebbero essere anche indicate le persone che potrebbero essere responsabili o corresponsabili.
Queste persone riceveranno le comunicazioni giudiziarie con l'invito a comparire, ha ribadito questa mattina il procuratore capo dell'Aquila, Alfredo Rossini.
Con questa mossa la Procura mira ad accelerare le attività dell'inchiesta. Se da un lato, con la tecnica della notifica dell'avviso di garanzia contestuale alla convocazione per l'interrogatorio si accorciano i tempi, dall'altro le parole del procuratore fanno intendere una possibile dilatazione dei tempi legati soprattutto alla lettura e interpretazione delle perizie, che si sta rivelando più complessa del previsto.
Ma a seguito di un esposto potrebbe aprirsi un nuovo filone di indagine che coinvolgerebbe Abruzzo Engineering e la Protezione Civile.
L'avvocato Vanna Pizzi, legale rappresentante del Comitato genitori degli studenti della Casa dello Studente, ha presentato una denuncia alla Procura della Repubblica per accertare eventuali omissioni in relazione allo studio redatto nel 2006 dalla societa' "Abruzzo Engineering" sulla criticita' degli edifici dell'Aquila, tra i quali la Casa dello studente.
Ma nel mirino sono finite anche le rassicurazioni della Protezione civile in merito alle scosse che avevano preceduto quella devastante delle 3.32 del 6 aprile.
Da mesi infatti il territorio aquilano era martoriato da continui movimenti tellurici ma tutti avevano invitato alla calma i cittadini.
«Nel nostro esposto - ha dichiarato il legale - chiediamo alla magistratura di approfondire l'aspetto riguardante lo studio che esegui' per conto della Protezione civile, la società Abruzzo Engineering sulla vulnerabilita' degli edifici, tra cui la stessa Casa dello studente e l'aspetto riguardante l'atteggiamento di rassicurazione che gli stessi studenti hanno ricevuto fino alla fine, aspetto quest'ultimo sul quale noi abbiamo diverse testimonianze».
I ragazzi hanno infatti più volte raccontato (anche ai magistrati) di aver più volte denunciato le crepe evidenti nell'edificio che li ospitava, ma di non aver mai ricevuto indicazioni dai responsabili della struttura.
Secondo il racconto degli universitari, anche i solchi più profondi nei muri portanti venivano minimizzati e nessuno li aveva invitati a lasciare la struttura, nonostante lo sciame sismico imperversasse senza sosta.
La Procura è già a conoscenza di questi elementi e non è detto che anche sulla scorta di queste informazioni possano arrivare novità a stretto giro.
Su Abruzzo Engineering e il suo studio che aveva messo nero su bianco tutte le criticità degli edifici crollati si è ampiamente parlato. Resta da chiarire come mai nessuno avesse preso a cuore quelle schede tecniche e avesse deciso di correre ai ripari.
Sull'azienda pesa un procedimento giudiziario in corso di definizione sull'assunzione del personale su indicazioni dei politici.
Si è chiusa invece nella primavera del 2008, evidenziando solo alcuni rilievi amministrativi il filone avviato dalla procura dell'Aquila all'inizio del 2007 nei confronti della vecchia società Collabora Engineering dalla cui trasformazione è nata Abruzzo Engineering.

IL MONUMENTO DAVANTI ALLA CASA DELLO STUDENTE

E proprio questa mattina, in un clima di profonda commozione, e' stato inaugurato il monumento a ricordo delle vittime della Casa dello studente, posizionato in un'aiuola-spartitraffico, proprio davanti l'edificio in cui il 6 aprile morirono otto studenti universitari.
Presenti, oltre le famiglie delle vittime, amici, e conoscenti, il Sottosegretario all'Interno, Michelino Davico, il capo del Corpo dei vigili del fuoco, l'ingegnere Antonio Gambardella, insieme al Prefetto dell'Aquila, Franco Gabrielli, al sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, al Procuratore capo che segue l'inchiesta sui crolli, Alfredo Rossini.
«I vigili del fuoco - ha detto Davico - rappresentano il monumento del coraggio, dello spirito di abnegazione che hanno commosso il mondo per la risposta e l'efficienza dimostrata nell'emergenza del terremoto. Il lavoro dei vigili del fuoco e' l'incontro tra quello che dovrà svolgere il singolo cittadino e quello delle istituzioni».
Duro invece il discorso di Paolo Colonna, padre di uno degli otto studenti universitari morti nel crollo dell'edificio, rappresentante del Comitato dei genitori. Dopo un breve ringraziamento sull'operato dei vigili del fuoco, l'uomo ha puntato il dito contro l'università dell'Aquila «che doveva e poteva ben sapere della pericolosità della Casa dello studente ma cio' nonostante i nostri ragazzi sono stati tenuti inopinatamente per tutto il periodo dello sciame sismico in strutture che alla prova dei fatti sono crollate o hanno subito gravissimi danni».
Nel suo discorso c'e' stato spazio anche per la Protezione civile «e sul comportamento di dubbia legittimita' che nel periodo immediatamente precedente alla scossa devastante e' sfociato in rassicurazioni tranquillizzanti divenute addirittura incalzanti».
Infine Colonna ha lanciato un monito alle istituzioni «colpevoli di averci abbandonati a noi stessi sia sotto il profilo economico che morale a seguito di una tragedia che ha cambiato brutalmente in peggio le nostre esistenze. Mai accetteremo - ha concluso il rappresentante del Comitato - dalle istituzioni, rimaste sorde ai nostri appelli accorati, riconoscimenti o titoli formali che avrebbero solo il sapore della beffa, quello che vogliamo e pretendiamo e' nient'altro che giustizia per i nostri figli».

06/10/2009 18.37

ABRUZZO ENGINEERING:«NOI NON C'ENTRIAMO NULLA: LE OMISSIONI SONO DI ALTRI»


In una nota dell'addetto stampa Irene Barbi e firmata dai “dipendenti di Abruzzo Engineering” la società precisa di non essere d'accordo con le informazioni riportate nell'articolo «che ledono la sensibilità personale perché dannose per l'immagine della azienda»
Nel dettaglio: si contesta il fatto che dall'articolo si desumerebbero responsabilità (eventuali) di Abruzzo Engineering mentre invece, secondo la nota, le responsabilità sarebbero di altri poiché lo studio effettuato era stato ultimato e spettava ad altri agire, divulgarlo e prendere i successivi provvedimenti.
Nella missiva dai toni scortesi, supponenti e accusatori si sostiene la tesi che questo quotidiano dopo aver distorto le parole dell'avvocato Pizzi, riportate tra l'altro in una agenzia e non modificate affatto, ha voluto per forza coinvolgere la società per motivi non ben precisati.
«Sarebbe stato a nostro avviso “giornalisticamente” più corretto parlare, eventualmente», propone la nota dando precise indicazioni, «del perché, dopo il sisma dello scorso 6 aprile, gli stessi tecnici di Abruzzo Engineering che hanno redatto le schede per la verifica della vulnerabilità sismica degli edifici della città dell'Aquila e delle altre 3 province, non siano stati invitati e coinvolti nelle diverse attività di ricostruzione post-sisma (a tutt'oggi solo 16 di noi, tra tecnici e amministrativi, prestano la loro attività lavorativa presso il Comune dell'Aquila)».
Sarà la procura ad indagare e a stabilire eventuali responsabilità.

09/10/2009 12.32

[url=http://www.primadanoi.it/inchiesta/195-Le-criticit%E0-sismiche-degli-edifici-in-uno-studio-del-2005-era-tutto-noto]LA NOSTRA INCHIESTA E LE SCHEDE INTEGRALI DI ABRUZZO ENGINEERING[/url]


SEI MESI DOPO: IL DOCUMENTARIO



[pagebreak]

LA LETTERA APERTA AGLI AQUILANI DI BERTOLASO, 6 MESI DOPO

Oggi è il sei ottobre 2009. Sei mesi dal sei aprile. Sei mesi, che sono un soffio e un'eternità insieme.
Un soffio, per chi prepara progetti e li mette in atto, scontrandosi con la realtà dei “tempi tecnici” necessari per fare qualsiasi cosa. Un'eternità, per chi aspetta una normalità che sembra non arrivare
mai, costretto a una vita da rifugiato anche se ha scelto di vivere a pochi metri da casa, obbligato a far passare il tempo senza avere il comando dei propri giorni per decidere come viverli.
Come capita sempre nella vita, a distruggere basta un attimo, per costruire serve tempo. Una città, un territorio sono come una famiglia, un'impresa, una qualsiasi altra realizzazione sociale dell'uomo. Quando l'amore non è coltivato ogni giorno, quando si lavora oggi senza pensare a domani, quando si sta insieme per motivazioni che un giorno erano chiare, ma sulle quali non si è avuto la prudenza di lavorare, qualsiasi crisi può sfasciare tutto quello che abbiamo costruito, su cui abbiamo scommesso, che abbiamo considerato un bene acquisito una volta per sempre. Le famiglie si dividono, le imprese falliscono. Comincia, inevitabile, una stagione di ripensamenti, spesso di accuse agli altri perché non ci hanno capito, non hanno riconosciuto le nostre ragioni, hanno mandato a rotoli i nostri progetti.
Chi resta da solo e senza risorse, chi si ritrova dall'oggi al domani senza lavoro, chi si accorge che il racconto delle proprie esperienze di dramma, col loro strascico di paure e incubi notturni, ottiene
un'attenzione sempre minore, distratta, svogliata: sono queste le sole persone che possono capire cosa sono sei mesi nella vita di chi se l'è vista distrutta.
Il terremoto, la distruzione: nulla è più come prima, niente lo sarà mai più. Il terremoto parte dalla terra e arriva dentro ciascuno, dentro le famiglie, le comunità, le città, si installa come un ospite non
voluto che è impossibile allontanare.
Una presenza che cambia peso e intensità col passare dei giorni. I primi sono quelli del lutto, dei soccorsi, dei senzatetto da mettere al riparo. Poi ci sono quelli della solidarietà, tra chi è venuto ad
aiutare e chi ha trovato rifugio, dell'accoglienza, della voglia di far festa per ogni piccolo segno di vita buona, come una scuola che riapre o la nascita di un bimbo che diventa simbolo di speranza per
tutti. Poi ci sono i giorni duri del tempo che rallenta, delle televisioni che non hanno più inviati, della routine dei campi che si vive con il fastidio crescente di essere come separati, da quei teli blu,
dal resto del mondo e dal proprio futuro. Adesso è il periodo del tempo che non passa, perché ogni entusiasmo si è raffreddato, e ogni attesa provoca dolore, perché, costretti dalle cose ad essere realisti, a guardare in faccia la realtà per com'è, arriviamo a non sopportarla più.
Anche i fatti positivi che pure accadono intorno a noi sono condivisi con riserva, se riguardano altri e non il proprio futuro. Sono centinaia, dopo sei mesi, le famiglie che abitano case nuove e
confortevoli. Sono migliaia i ragazzi che hanno ripreso la scuola spesso in strutture realizzate a tempo di record. Sono sempre meno coloro che ancora non hanno trovato una sistemazione buona
almeno per l'inverno. In sei mesi l'Italia intera ha partecipato a realizzare, all'Aquila, strutture che in occasione di altri terremoti non si sono mai viste o hanno richiesto anni per essere completate. La
Protezione Civile e tutte le sue componenti e strutture operative, decine e decine di imprese al lavoro, hanno trasformato L'Aquila e i Comuni del cratere in un cantiere aperto giorno e notte per
dare casa e servizi a un'intera città disastrata.
I primi risultati si vedono, sono concreti, sono reali, ma la realtà, che pure registra record assoluti di tempestività ed efficienza, sembra sempre in ritardo rispetto al tempo della nostra impazienza, della
stanchezza che arriva alle ossa perché abbiamo bisogno di un'aria diversa per respirare, senza misurarci ogni istante col tempo che, a seconda dei casi e dei ruoli, si traveste da soffio o diventa
eterno sulla nostra pelle. Scrivo queste cose, a sei mesi dalla catastrofe, perché non mi sento ma sono aquilano, non mi sento
ma sono terremotato, perché vivo da quel giorno gli stati d'animo, le ansie e anche le speranze di chi vive qui, nelle condizioni che il sisma del 6 aprile ha disegnato. Chi lavora con me da sei mesi,
impegnato ogni giorno per rimediare ai guasti del terremoto, vive questa contraddizione di sentire che il tempo, i giorni, sono sempre troppo pochi e troppo lunghi, troppo pochi per arrivare a tutto,
troppo lunghi perché non si vede bene la fine del tunnel della precarietà nel quale nessuno, lo abbiamo giurato a noi stessi, deve restare intrappolato.
Non siamo terremotati perché il sisma ci ha colpito ma perché abbiamo scelto di esserlo con gli aquilani, siamo venuti da fuori e siamo rimasti, con l'idea forse banale e semplicistica che stava a noi per primi non andarcene, restare e lavorare senza risparmio di energie per dire coi fatti ai cittadini dell'Aquila che non erano soli, che lo Stato c'era e c'è, che il terremoto non ha lasciato nessuno senza percorsi possibili verso un futuro vivibile.
Sono andato via dall'Aquila solo quando la tragedia, il disastro, hanno colpito altre parti d'Italia, a Viareggio, a Messina in queste ultime ore. Viaggi da una catastrofe ad altre, da un dolore che conosco ad altre sofferenze e altre amarezze. Per questo non ho bisogno di leggere i giornali, di ascoltare dichiarazioni, di scorrere reportage, di prender parte al gioco inutile delle polemiche per sapere che il nostro compito in Abruzzo non è ancora finito, che dobbiamo mettere in conto ancora
giorni e giorni passati lavorando senza badare alla fatica, spendendoci per limare un po' di tempo all'eternità di chi aspetta e far stare più cose nel soffio di ogni giorno a nostra disposizione.
Chiedo al tempo, in questo giorno, di non impedirci di vedere ciò che abbiamo fatto e di gioirne, insieme a quanti per primi sono arrivati a godere dei risultati dell'enorme sforzo che ogni giorno si
compie in queste terre.
Chiedo al tempo che ci conceda una sua piega, per ricordare quanta strada abbiamo fatto in sei mesi, dai primi soccorsi alle esequie delle vittime, dalla visita del Papa alle decisioni del Governo per far fronte all'emergenza, dal G8 ai piani per le nuove costruzioni, dalle prime case finite a quelle che stanno sorgendo, dai giorni della mobilitazione solidale degli italiani fino all'oggi, che vede ancora migliaia di persone al lavoro, che hanno stabilito con l'Abruzzo e la sua gente un
rapporto destinato a durare.
Chiedo al tempo, infine, di lasciarci vedere il termine dell'attesa. Abbiamo tutti fame di pace, di cose finite, di impegni assolti. Abbiamo tutti fame di un buon futuro possibile e concreto, da usare
con un po' di libertà. Lo so e lo sento, condivido, resto qui a condividere con quanti ancora devono pazientare.
Il giorno in cui daremo una casa all'ultima famiglia che l'aspetta, potremo di nuovo imparare a vivere il tempo nella sua semplicità, considerandolo nostro amico. Resto qui con voi, perché so che
quel giorno è vicino e credo in coscienza di aver conquistato il diritto e l'onore di viverlo insieme a voi.

Guido Bertolaso 06/10/2009 18.25