Ricostruzione e infiltrazioni mafiose: Chiodi: «è una invenzione dei giornali»

Alessandro Biancardi

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L'AQUILA. La ricostruzione della città e dell'intera provincia dell'Aquila potrebbe scatenare gli appetiti della malavita? Non è una certezza ma una preoccupazione concreta che ha esternato il procuratore antimafia Pietro Grasso. Per Chiodi è impossibile: «qui non esiste la mafia». * SAVIANO: «QUELLA SABBIA NEI CONDOMINI ABRUZZESI»
Non c'è nessun allarme specifico, ha assicurato Grasso, ma bisognerà tenere alta l'attenzione «sulla scorta di quanto purtroppo gia' successo in passato e che non deve piu' ripetersi».
Perchè dopo la tragedia arrivano anche gli affari: i miliardi di euro che verranno stanziati per ricostruire tutto quello che è andato perduto: case, edifici pubblici, strade. Grasso chiede trasparenza e controlli vista anche la posizione strategica dell'Abruzzo.
Una regione considerata sempre al limite delle infiltrazioni mafiose, dove, hanno sempre ripetuto i procuratori della quattro province, la criminalità organizzata non è mai arrivata a stabilizzarsi definitivamente ma ne ha sempre lambito i confini per interessi di piccole entità.
La Procura dell'Aquila, che ha aperto un'inchiesta sui crolli provocati dal terremoto, vigilerà anche su quest'aspetto.
Lo ha assicurato il procuratore della Repubblica presso di tribunale dell'Aquila Alfredo Rossini. «Ho parlato con il procuratore nazionale antimafia Grasso del rischio di infiltrazioni mafiose», ha affermato Rossini.
«Noi non possiamo dire che abbiamo già trovato interessi mafiosi nella ricostruzione, perché la ricostruzione ancora non è partita. Abbiamo però supposto che siccome in Abruzzo, come abbiamo già dimostrato, ci sono delle infiltrazioni mafiose, è abbastanza normale pensare che i mafiosi non siano distratti rispetto al fiume di soldi che deve arrivare. Quindi - ha aggiunto il procuratore - staremo molto attenti per controllare chi verrà, i requisiti che dovranno avere, e non parlo soltanto della certificazione antimafia ».
Si dice invece tranquillo il presidente della Regione Gianni Chiodi che dopo aver sentito le frasi del procuratore ha assicurato che «questo tipo di allarme non è una preoccupazione concreta».
«E' una paura, un'ansia - ha spiegato - che deriva da quello che alcune volte è accaduto nel nostro Paese. Però i tempi sono cambiati: questo è l'Abruzzo e, soprattutto, non c'é nemmeno un principio di indizio per dire queste cose. Capisco però - ha concluso - che fa leggere i giornali».

GLI INDIZI ABRUZZESI

Un fantasma che non esiste? Una invenzione della stampa per vendere di più? Se il governatore la pensa così è anche vero che negli ultimi periodi sono stati tanti i piccoli indizi che hanno svelato che l'Abruzzo non è l'isola felice. Non è una fantasia dei giornalisti che nel corso degli anni associazioni malavitose abbiano deciso di investire sul mattone locale. E qualche tempo fa PrimaDaNoi.it ricostruì anche la mappa delle “vacanze” criminali: ville, appartamenti, seconde case costruite tra la
Marsica e la costa. Un nome su tutti quello di Enrico Nicoletti, ritenuto il cassiere della Banda della Magliana che in Abruzzo aveva decine di proprietà.
Gli arresti di esponenti del crimine organizzato in Abruzzo sono assai più recenti. Basta scorrere le cronache locali. A giugno del 2006 i carabinieri di Pescara hanno decapitato l'organizzazione criminale della famiglia Savignano, considerata dalle forze dell'ordine la forma più importante di criminalità organizzata radicata in Abruzzo. A Febbraio è stato arrestato a Pescara un pluripregiudicato siciliano, figlio di ex collaboratore di giustizia.
Ad aprile 2007 ad Opi, pieno Parco Nazionale d'Abruzzo, è stato rintracciato Nicola Del Villano, braccio destro di Michele Zagaria, ritenuto uno dei dieci latitanti più pericolosi d'Italia, boss del clan del Casalesi, irrintracciabile dal 1994.
Qualche giorno dopo a Vasto le forze dell'ordine hanno arrestato Vincenzo Acanfora, 47 anni, pluripregiudicato per associazione di tipo mafioso.
A febbraio del 2006 una giovane donna si suicidò, gettandosi dal balcone della casa in cui viveva con il fidanzato. Era Elena Maniero, figlia del boss Felice Maniero che aveva scelto l'Abruzzo, terra tranquilla, per rifarsi una vita e scrollarsi di dosso un passato scomodo.
Ma tornando a tempi più recenti basta pensare all'arresto di Diego Leon Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci ricercati dell'Fbi. Anche lui aveva una base in Abruzzo.
E anche il traffico illeciti di rifiuti è passato per l'Abruzzo: l'inchiesta Ebano, anni 90, si è conclusa con 16 condanne da parte della magistratura di Avezzano.
E per tornare solo a qualche settimana fa come non menzionare i tre arresti di Nino Zangari e i fratelli Ricci accusati di reciclare
il denaro del boss palermitano Vito Ciancimino nella Marsica, per conto del tributarista Gianni Lapis?
Anche il consigliere regionale di Rifondazione Comunista richiama Chiodi: «qui la mafia non è un fantasma. E' bene non sottovalutare l'allarme che giunge dalla magistratura antimafia. E' evidente e giusto che in questo momento tutta l'attenzione sia concentrata sull'emergenza».
«Bene fa il Procuratore Antimafia Pietro Grasso a lanciare l'allarme», ha commentato Massimo Pietrangeli dell' Associazione per la Sicurezza dei Cittadini e la Legalità.
«La mafia, oggi più che mai non è da intendere come un fenomeno circoscritto alle sole regioni meridionali, né i mafiosi vanno pensati come quelli della coppola e della lupara : sarebbe un errore fatale».
Piò Rapagnà chiede invece il ritorno in Abruzzo della Commissione Parlamentare Antimafia, «per aiutare a conoscere, prevenire e contrastare infiltrazioni mafiose, a sostegno e incoraggiamento di coloro che contro di essa si sono battuti e che anche nella nostra Regione non sono mancati nel recente passato e non mancano oggi».

15/04/2009 8.49


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SAVIANO: «QUELLA SABBIA NEI CONDOMINI ABRUZZESI»

L'AQUILA. La Procura dell'Aquila avrà un compito importante e delicatissimo nell'inchiesta che dovrà accertare i crolli dei palazzi più nuovi. Perché non hanno resistito al sisma? Perché anche le costruzioni recenti sono venute giù, si sono accartocciate, sbriciolate come castelli di sabbia?
Sabbia appunto. Tra le prime ipotesi venute fuori a poche ore dal sisma c'è anche quella che della sabbia sia stata mescolata al cemento, in quantità non proprio regolare. E che proprio questa assurda miscela abbia reso il cemento armato fragile, fragilissimo. Tanto da non reggere l'urto di una scossa di magnitudo 5.9.
E di sabbia parla anche lo scrittore Roberto Saviano nel suo celebre libro, Gomorra, tradotto in tutte le lingue del mondo.
Pagina 236, capitolo dal titolo “cemento armato”: eccola la sabbia che, come scrive il giovane autore dopo il ritornello “Io lo so e ho le prove”, «è nelle pareti dei condomini abruzzesi».
Poche righe, quasi impercettibili e indolori nell'ultimo quarto del romanzo che oggi suonano come un colpo al cuore.
Lo scrittore, che domenica di Pasqua è stato a Onna, aveva già scritto quanto oggi si ipotizza?
Saviano in quel capitolo spiega l'importanza del cemento nell'Italia del sud.
«Tutto nasce dal cemento», si legge, «non esiste impero economico nato nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni: gare d'appalto, appalti, cave, cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai».
«So come è stata costruita mezza Italia», si legge qualche riga più sotto. «E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi e ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia», recita il passaggio più inquietante, «è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nel palazzi di
Varese, Asiago, Genova. Ora non è più il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume».
E sul pericolo della speculazione della ricostruzione Saviano è tornato a scrivere ieri anche dalla pagine di Repubblica. «Il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo», dice. «Il terrore di ciò che è accaduto all'Irpinia quasi trent'anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l'ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l'emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l'Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l'invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case».
E i rischi della ricostruzione non vanno sottovalutati, continua Saviano. «Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l'avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di 'ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c'è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla 'ndrangheta l'Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d'Abruzzo».

15/04/2009 8.35