Indignati abruzzesi alla volta di Roma: «Cara Bce c’è posta per te»

Alessandro Biancardi

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PESCARA. Erano in venti, poco più poco meno, gli attivisti pescaresi che hanno dato vita, ieri, ad una manifestazione davanti alla sede di Pescara della Banca d'Italia.

L'iniziativa è stata promossa per protestare contro le ricadute della crisi e «rispedire simbolicamente al mittente» la lettera che la Bce ha inviato ad agosto al Governo italiano. Un’iniziativa, di respiro nazionale, messa in campo dalla Federazione della Sinistra e svoltasi lo stesso giorno a Roma davanti alla sede centrale della Banca d’Italia


Pochi, forse troppo pochi gli attivisti pescaresi rispetto alle migliaia di indignati che impazzano  nelle strade di Wall Street, il cuore della finanza mondiale, ma davvero intenzionati a mischiarsi ai tantissimi che il 15 ottobre affolleranno le strade di Roma in una protesta corale.

«In quella lettera», dice Corrado Di Sante , «che Draghi e Trichet hanno inviato segretamente al governo italiano e che noi rispediamo al mittente, si parla di privatizzazione dei servizi e soppressione della tutela dei lavoratori. Insomma la ricetta della crisi».

«L'Italia non è in vendita», è stato lo slogan dei manifestanti che in queste ore stanno organizzando pullman per raggiungere la capitale, sabato prossimo. «Questa di oggi», spiegava Viola Arcuri, segretaria cittadina Prc, «è un assaggio in attesa della manifestazione nazionale che si svolgerà sabato a Roma», mentre gli uomini della Digos e i Carabinieri sorvegliavano a vista la protesta.

Le fa l’eco il segretario provinciale del Prc, Corrado Di Sante. «Il problema non è Berlusconi», dice, «con la sua maggioranza inesistente ma le istituzioni sovranazionali. Queste politiche ci hanno portato alla crisi e su questa strada faremo la fine della Grecia. Motivi, questi, per andare in piazza sabato prossimo. Tentare di imporre, con una sorta di commissariamento dei poteri democratici, tagli alle spese sociali e ai salari, pseudoriforme che cancellano i diritti di chi lavora, attaccano le pensioni, spingere per la privatizzazione di tutti i servizi pubblici ignorando peraltro un recentissimo pronunciamento referendario di segno contrario, è impensabile».

Ma chi sono i manifestanti del Bel Paese? Sono i Draghi ribelli, così si fanno chiamare gli studenti, precari, disoccupati, pensionati, attivisti, professionisti, lavoratori arrabbiati, cittadini di destra e di sinistra delusi dalla politica che si contrappongono ai “feroci draghi occidentali”. «C'é una generazione esclusa dai diritti e dal benessere», scrivono al presidente Napolitano, «che oggi campa grazie al welfare familiare, e sulla quale si sta scaricando tutto il peso della crisi. La questione non si risolve togliendo i diritti a chi li aveva conquistati, i genitori, ma riconoscendo diritti a chi non li ha».

m.b. 13/10/2011 11.11