Vertenza La Perla, dipendenti preoccupati. Rapagnà:«storia vecchia di misteri mai chiariti»

Alessandro Biancardi

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ROSETO DEGLI ABRUZZI. E’ l’ennesima fabbrica che minaccia di chiudere e trasferirsi altrove lasciando a piedi circa 80 operai.

 

Si tratta dello stabilimento industriale La Perla di Roseto. La vertenza è stata aperta e dagli incontri tra le istituzioni e la ditta pare siano emersi spiragli. Non la pensano così invece i dipendenti che rischiano il licenziamento che sostengono che non vi siano elementi concreti per poter sperare in un cambio di rotta diverso dalla chiusura. Intanto il prossimo 14 ottobre un nuovo incontro.

Nel frattempo i dipendenti proseguiranno nella protesta iniziata il mese scorso ed hanno proclamato un nuovo pacchetto di 20 ore di sciopero.

Oggi lo sciopero si è tenuto dalle ore 10,00 alle ore 16,30.

L’Assemblea dei dipendenti è riconvocata per giovedì 14 ottobre 2010 dalle ore 16,00 alle ore 17,30.

Ma sulla storia della nascita dello stabilimento “La Perla” aggiunge elementi importanti l’ex deputato rosetano, Pio Rapagnà che si domanda per quale ragione i titolari dello stabilimento che vuole delocalizzare paghino ancor oggi un affitto ai proprietari della Kara per l'utilizzo dei capannoni, delle attrezzature e dei servizi tecnologici

La Kara era la ditta che operava sullo stesso sito de La Perla è che è sparita nei meandri dei cambi e fusioni di società come è accaduto per la “Teleco Cavi”.

«La Kara», ricorda Rapagnà, «spa nacque sulle proprietà immobiliari e sulle aree della Ditta Mancarella, a seguito di un procedimento fallimentare che portò all'acquisto, con trattativa privata esperita da parte del Commissario liquidatore, dei beni dell'azienda artigianale ivi esistente e dell'area circostante di proprietà dei titolari della Azienda di "mattonelle e ceramiche Mancarella"».

Il risultato della iniziativa del Commissario liquidatore, come risulta da una interrogazione parlamentare presentata alla Camera il 28 settembre 1993 dall'Onorevole Pio Rapagnà condusse al risultato di ottenere dalla vendita di un magazzino stimato in 320.000.000 di lire un ricavato di 14.000.000 di lire e dalla vendita di un “complesso” di beni stimato il oltre 1.500.000.000 di lire, un ricavato di appena 818.000.000 di lire.

Nel frattempo, l'Amministrazione Comunale dell'epoca, procedette a dare una «nuova destinazione urbanistica» all'area interessata, con notevole aumento del valore dei beni che però non portò alcun vantaggio al signor Mancarella poiché il Commissario liquidatore procedette invece e comunque ad accelerare le attività di vendita a trattativa privata.

La Kara spa nacque su quell'area, con un progetto presentato alla Giunta Comunale guidata dal Sindaco Nicola Crisci dall'Ing. Tito Rocci a nome e per conto della Kara, società costituita alcuni giorni prima dell'acquisto dell'area e avente all'epoca la propria sede a Roseto degli Abruzzi.

Nella “interrogazione parlamentare” si afferma che «la realizzazione del nuovo edificio industriale avvenne con macroscopiche violazioni delle leggi a tutela dell'ambiente, essendosi costruito a soli tre metri da un corso d'acqua regolarmente censito, e per il tramite di un'autorizzazione della Sovraintendenza ai beni ambientali, presupposta da dati che sarebbero stati palesemente falsi».

«Poi il "vuoto di storia assoluto"», commenta oggi Rapagnà che pretende anche di sapere da chi si assunse la responsabilità «quali fossero stati gli “impegni” assunti dalla Kara e dalla proprietà subentrante rispetto al futuro dei lavoratori e delle lavoratrici, alla garanzia della occupazione»

11/10/2010 16.38