LE MOTIVAZIONI

I giudici: «Calciopoli esiste: prove schiaccianti di illeciti. Luciano Moggi è il vertice»

Ed ancora: «spregiudicatezza non comune. Distribuì schede telefoniche agli arbitri»

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I giudici: «Calciopoli esiste: prove schiaccianti di illeciti. Luciano Moggi è il vertice»



NAPOLI. Esistono «molteplici e articolati elementi probatori» sulla sussistenza di Calciopoli, il sistema messo in piedi da dirigenti e arbitri per condizionare i campionati di calcio.
In questo scenario l'ex direttore generale della Juventus Luciano Moggi, condannato a 2 anni e 4 mesi, «esercitava un ruolo preminente ed apicale» in virtù anche «di una spregiudicatezza non comune».
 E' quanto emerge dalla lettura della sentenza emessa il 17 dicembre scorso a Napoli dai giudici d'appello del processo a Calciopoli (presidente Silvana Gentile), le cui motivazioni sono state depositate oggi. Nelle 203 pagine della sentenza la Corte sottolinea, tra l'altro, che «la leggerezza e apparente convivialità con cui avvenivano gli accordi per la designazione delle griglie arbitrali tra personaggi come Bergamo, Moggi o Giraudo, appare gravissima alla luce della evidente lesione del principio di terzietà che dovrebbe presiedere alla scelta di un direttore di gara». «Dagli atti processuali - si legge nelle motivazioni - emerge il ruolo preminente di Moggi sugli altri sodali, dovuto non solo alla sua personalità decisa, ma al contempo concreta e priva di filtri nell'esporre le sue decisioni, ma anche per la sua capacità di porre in contatto una molteplicità di ambienti calcistici fra loro diversi e gestirne le sorti con una spregiudicatezza non comune». Per la Corte d'Appello «la figura assolutamente apicale nel sodalizio di Luciano Moggi appare certa e inequivocabile. Egli - sottolineano i magistrati - non solo ha ideato di fatto lo stesso sodalizio, ma ha anche creato i presupposti per far sì di avere un'influenza davvero abnorme in ambito federale». 

Nella sentenza si fa riferimento alla «peculiare capacità di Moggi di avere una molteplicità di rapporti a vario livello con i designatori arbitrali, ai quali riusciva a imporre proprie decisioni, coinvolgendoli strettamente così nella struttura associativa e nel perseguimento della comune illecita finalità».
 Nella sentenza d'appello il sistema appare più esteso rispetto a quello delineato dal verdetto di primo grado. Infatti, pur concordando con la sentenza del tribunale laddove individua un sodalizio che fa capo a Moggi, la Corte d'Appello «dissente sulla esatta individuazione dei membri con funzioni non meramente partecipative all'associazione».
«Emerge con chiarezza - scrivono i giudici - un ruolo affatto secondario, ma anzi di rilievo nel sodalizio, ricoperto dagli imputati Pairetto, Bergamo e Mazzini, i quali hanno di fatto rafforzato il contesto e l'incidenza del sodalizio».
 Ma l'esito positivo delle partite non era l'unico obiettivo del sistema Calciopoli: secondo i giudici di Napoli le stesse gare assumevano un ruolo determinante per raggiungere altri obiettivi come quello di acquisire un potere di controllo dei vertici federali (in riferimento agli imputati Pairetto, Mazzini e Bergamo) oppure di maggiore visibilità mediatica al fine di una progressione di carriera (arbitri e assistenti). Ampio spazio è dedicato anche all'argomento delle schede telefoniche straniere.
 L'uso delle sim distribuite da Moggi a designatori, arbitri e dirigenti sono per la Corte «il punto centrale» dell'intera vicenda.