MOTORI. Il ricordo di Greg Moore a 7 anni dalla scomparsa

Alessandro Biancardi

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VANCOUVER. Esattamente sette anni or sono il giovanissimo pilota canadese Greg Moore periva in uno dei piu' drammatici incidenti che le corse rammentino.
A Vancouver, sua città natale, Greg è stato ricordato nel corso della inaugurazione del Greg Moore Pavilion nell'interno del B.C Place Stadium, presenti il padre Rick, la mamma Donna ed un folto stuolo di amici che lo seguirono nella sua veloce ascesa nella serie Cart.
Quella di Greg Moore è una strana terribile storia.
Il ventiduenne biondino, il “professorino con gli occhiali” era un giovane capace di affrontare e risolvere qualsiasi situazione con un coraggio freddo, calcolato e con una prontezza eccezionali. Greg era nato per correre.
Il suo spirito aggressivo, la disinvoltura di guida e la determinazione nell'affrontare i rischi lo avevano collocato tra i primi della categoria: battagliava con loro, senza timore per i nomi e le macchine che essi guidavano.
Sette anni fa, dicevamo, il destino lo ha rubato nel mezzo di una gara importante e difficile, decisiva per il titolo fra Montoya e Franchitti sul mostruoso ovale che si adagia nella pianura di Fontana, nei
pressi di Los Angeles.
Il suo avvenire svaniva allorchè la Reynard bianco azzurra usciva dalla traettoria ideale dello speedway californiano, planando sull'erba viscida, finendo su un terreno piu' accidentato e concludendo la folle corsa verso il muro interno di protezione, urtato parallelamente al senso di marcia.
Una fine che lui non aveva presagito in alcun modo, ma che chiudeva una carriera che lo stesso protagonista conosceva rischiosissimo e che pure non voleva interrompere,per le gioie intense che cominciava a raccogliere.
Era la vigilia del suo passaggio dal team Player Forsythe a quello di Roger Penske che lo aveva assunto insieme a Gil De Ferran.
Con Jerry Forsythe aveva trascorso i primi difficili momenti seguendo le paterne parola di chi lo avrebbe voluto vedere alle stelle, dopo avergli aperto le porte della Cart.
Sono tanti i ricordi, i pensieri e le espressioni siceramente affettuose udite durante la cerimonia di inaugurazione del Pavilion.
Molte le email di Franchitti, Papis, Tracy, Fernandez, un gruppo affiatato, affettuoso, sempre pronto a fare baldoria.
Ricordo quando Papis portò Greg a Como, sul Lago Maggiore, ed altri centri.
Fu lì che Greg imparò a mangiare i maccheroni con la forchetta ed il cucchiaio.
«Greg ci lascio' con le lacrime nel cuore, ma con il sorriso nei nostri ricordi» commenta Papis.
E sono tanti, affettuosi, curiosi, fatti di scappatelle e dispettucci tra piloti che rendevano la nostra vita nel paddock e fuori più simpatica.
Con il suo temperamento buono, aveva conquistato il pubblico tanto che in pochissimi mesi era diventato semplicemente “Greg”.
«E' stato un campione di combattività e in breve tempo aveva regalato maggiore notorietà al team Player Forsythe al quale era parecchio grato nonche' legato affettuosamente. Per me è' stato e resta un grande amico, oltre che un eccellente pilota», afferma Forsythe.



«Ogni sua azione era frutto di uno “studio” per molti inspiegabile, Era capace di qualsiasi manovra, senza che il suo sorriso costantemente velato da una certa tristezza abbandonasse la sua faccia».
I colleghi non lo dimenticheranno sicuramente, cosi' come i fans piu' fedeli, che portano sul petto il distintivo con il numero 99 della sua macchina , e gli organizzatori di tutte le gare del calendario, che non hanno perso soltanto un pilota, ma anche un ragazzo desideroso di migliorarsi, di maturare e di vincere prima di appendere il casco al chiodo.
Greg non c'e' riuscito: anzi ha lasciato la Cart per un'altra serie, piu' grande, piu' importante e piu' lontana. Ciao Greg.

Lino Manocchia 05/03/2007 10.18