I ricordi abruzzesi di Juan Manuel Fangio

Alessandro Biancardi

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I ricordi abruzzesi di Juan Manuel Fangio
NEW YORK. Il mulino a vento della memoria, scricchiola.
Son trascorsi tanti anni da quando “Bandy legs”( o gambe storte come lo
chiamavano i compagni di battaglia) ed anche una volenterosa “sgrassata” non riesce a riportare a galla tanti, infiniti ricordi, dettagli, episodi, della vita del più grande pilota che l'automobilismo ricordi.
Juan Manuel Fangio, figlio di modesti emigrati abruzzesi, nato a Balcarce (Argentina) il 24 giugno 1911, allo scadere della sua fulgida carriera annoverava nel palmares 24 vittorie mondiali in 5 anni, 35 visite sul podio, insieme ad una schiera di macchine che erano la sua passione, la vita.
“Juan” corse, per la prima volta all'eta' di 18 anni con una Ford/ taxi, da lui costruita nell'officina personale stracciando i numerosi favoriti avversari, ma i suoi primi successi in Europa li ottenne all'età di 37 anni.
Occhi blu, ironici e guizzanti, naso aquilino, ed una vocetta stridula, Fangio era un personaggio indecifrabile.
Trascrivere il voluminoso record di corse, vittorie e pole position vorrebbe dire riempire pagine di nomi ed episodi a non finire.
Giornalisti di tutto il mondo scrissero pagine memorabili delle imprese del “chueco” argentino, che amava tornare, sia pure con brevi discorsi, a parlare della terra dei suoi genitori.
«Papà mi diceva sempre che ho la “coccia dura, ma nunn'e' vero. Io sono un pilota che vuol vincere sempre».
E qui, Manuel amava sciorinare episodi della sua vita sulle più importanti auto mondiali.
«Nel marzo 1953, si correva a Monza. Alla vigilia, la mia macchina, vibrava maledettamente rendendomi più nervoso. Allora ordinai al mio fido meccanico di fare qualcosa, non importa come», spiegava l'argentino, «al via la macchina partì come un lampo, mentre quella di Bonetto(compagno di scuderia) scodinzolava».

Inutile dire che durante la notte il povero meccanico, aveva cambiato la macchina ed il numero di corsa dei due piloti.
Quando il cronista gli
ricordava della “paura”provata a Cuba, allorché un gruppo di terroristi lo prelevarono perché volevano che Juan intercedesse presso il governo argentino affinché rilasciasse una ventina di prigionieri politici, malgrado le insistenze, non disse mai se “l'operazione politica” ebbe successo.

AMANTE DEL RISCHIO

Juan non faceva distinzioni. Per lui F.1,Carrera, Endurance o
la Mille Miglia si equivalevano.
Il Drake Enzo Ferrari, e dozzine di giornalisti, sono stati del
parere che difficilmente di poteva riavere un asso capace
di tanta continuità nel successo.
«Ho imparato a calcolare il rischio, quando indossavo l'uniforme militare, condensando il mio pensiero durante le lunghe tappe, come quella da Buenos Aires, attraverso le Ande, sino a Lima nel Peru'. «Che vuoi», diceva Manuel, «papà e mamma mi hanno forgiato così» e dopo un attimo di pausa aggiungeva «Ma dimmi un po' a te, che sei abruzzese come me, questo carattere non piace?».

Chi scrive, da poco aveva lasciato l'Italia, e venne inviato a Sebring, il mitico percorso graffiato dalle vetture più famose al mondo. Si correva la 12 ore del 1957. Fangio su Maserati 250F guidava in coppia con il francese Jean Behra.
Prima delle prove, Juan fece inforcare al cronista una bicicletta per seguirlo. Gli chiedo: «Juan, ma sabato corri la 12 ore, non il Giro d'Italia».
Con il solito sorriso maliziosetto, indefinibile, ignorò la mia osservazione e proseguì “fotografando” ogni minimo dettaglio del fondo stradale.
Al termine della gara Fangio e Behra tagliavano il traguardo con 10 minuti di vantaggio sul secondo.

Verso il crepuscolo della sua gloriosa carriera, a Pebble Beach, California, dove si festeggiava l'anniversario dell'Alfa Romeo, Fangio, tra un autografo ed un altro, con il cronista, volle parlare ancora un po' dell'Abruzzo, dell'Italia, col suo dialetto spesso impercettibile.
«Papà e mammà hanno avuto una vita dura in Argentina. “Ma nuie simo fort, e nun ci facimo mena' da nisciune», diceva con un improbabile
abruzzese.

I RAPPORTI CON FERRARI

Alla domanda, come mai non ebbe mai rapporti con Enzo
Ferrari, si scusò spiegando: «Ferrari è stato un grande uomo, ma aveva i suoi difetti personali. Non amava essere ribattuto sulle sue decisioni. Ma allo scadere della mia carriera, siamo ridiventati amici. Se avessi potuto avrei voluto correre sempre con la Ferrari, anziché la Mercedes” (col quale vinse il suo secondo titolo mondiale n.d.r)»
Fangio, tremendamente modesto e vergognoso, spesso stentava a raccontare episodi personali non..”eclatanti”.

«Una volta», raccontava, «persi l'aereo da Belfast per andare a
Monza. Presi una macchina e a cento all'ora arrivai a Monza mezz'ora prima del via. Puoi immaginare le mie condizioni fisiche. Partimmo, ma dopo una ventina di giri, la macchina prese il volo, rotolò due volte finì nel fossetto a fianco della pista. Mi credettero morto, ma gli addetti, invece, riscontrarono che mi ero rotto la noce del collo, e per quell'anno (1952) il campionato andò in fumo».
Due anni dopo passato alla Mercedes Fangio vinse il secondo campionato.
Si correva il G.P. di Francia. Fangio partito bene, si piazzò dietro all'inglese Hawthorn, ma la macchina non rispondeva come voleva Juan che attese
invano. A poca distanza dalla bandierina a scacchi, Hawthorn
rallentò un po' facendo passare l'argentino che vinse così il suo ultimo G.P.

Un grande
omaggio al rispettato “maestro”.
Aiutato dai meccanici, scendendo dalla macchina esclamò: «E' la fine». Juan Manuel Fangio ci lasciò all'eta'di 84 anni (1995) dopo
aver trascorso i giorni del suo tramonto laggiù a Barcarce (Buenos Aires). Che Grande questo indimenticabile “Chueco”…dalle gambe storte.

Lino Manocchia 15/07/2006 11.00