Champ car/Nascar: Paul Tracy spiega a Montoya la Nascar

Alessandro Biancardi

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INDIANAPOLIS. Paul Tracy, poeta metaforico, allusivo, sfuggente,
che parla in rima accompagnato da un sempre pronto sorriso
timido e talvolta arrogante.
Questo giovanottone, nato a Scarborogh (Canada) , dal fisico
che gli permetterebbe di ricoprire il ruolo di quarterback, in una
squadra di football, biondo, occhi azzurrognoli, ama essere
chiamato “speed demon Paul”, ossia demone della velocità.
Ammiccante ed irriverente, orgoglioso della sua macchina, merita
molto di più di quello che i suoi invidiosi avversari meno dotati,
petulantemente gli contestano.
Il pilota della Indeck/Forsythe è brusco e squisito, irruente, altero
e docile. Sotto la scorza della timidezza, Paul è un ragazzo
intelligente dall'occhio sveglio, vanta una carriera non troppo
corta, eppure carica di continue sorprese.
Tempo fa si rivolse a patron Jerry Forsythe per chiedergli il
permesso di provare in qualche gara, una vettura stock (Nascar).
«Ho provato a Daytona, a Indianapolis, vorrei vedere come
rispondono le macchine dal comune carburatore».
Ottenuto l'Ok da Jerry, ricevuta l'offerta di alcuni team Nascar,
Tracy prese parte a tre o quattro gare, per poi far ritorno…all'ovile
Champ car.
«Il passaggio da una monoposto con motore posteriore», ebbe a
dirci, «ad una V8 posteriore con carburatore è senza dubbio un
grosso test per qualsiasi pilota».

L'arrivo in America di Juan Pablo Montoya, su ingaggio dell'italo
Americano Chip Ganassi che partecipa a gare Irl e Nascar, ha dato
modo di chiedere a Paul Tracy qualche giudizio personale sulla futura
guida del colombiano che ad agosto salirà per la prima volta su una
stock car.
«Entrando in una “stock” di colpo ti ritrovi al livello di una Formula Ford.
l'intero processo rallenta, confonde. Il modo migliore di guida e' quello
di non lottare con la macchina. Io», dice Tracy, «ho corso con Montoya
(ai tempi di Alex Zanardi) e posso dire che possiede un'ottima guida,
ha riflessi pronti e guida per istinto. Ma la Nascar non si adegua a
questi requisiti. La Nascar appartiene ad un altro pianeta. Nell'ovale, si attacca la curva (si gira sempre a sinistra n.d.r.) più velocemente, si frena più forte delle monoposto, si gira a tutto gas e man mano si acquista esperienza e velocità. Ma è un processo penoso. Le stock», continua, «sono sempre soggette a forti sottosterzi, pertanto sin dal via
le vetture vengono “caricate” del massimo sovrasterzo possibile perché
il bilancio della macchina cambia tremendamente durante le passate.
La cosa piu' importante è che il sovrasterzo in partenza, anche se “gradito” da Montoya, non può essere abusato, altrimenti le gomme si bruciano per il sovraccarico del carburante, e alla fine della corsa la macchina non avrà più “grip” e finirà per “galleggiare sui marbles (perline di gomma che si formano in gara, finiscono verso il muro e accostandovici diventano pericolose per i malcapitati)».

Sia pure rapidamente, Tracy indica all'ex F.1 le differenze sostanziali
dei pachidermi Nascar che vanno presi per il giusto verso se non si vuol finire su qualche concorrente o addirittura contro il muro. E Montoya non sarebbe il primo.
E Pablito cosa dice?
«In Formula uno, quando tocchi la ruota di qualcuno, sei subito un animale.
E' appunto questo particolare che mi ha fatto pensare alla Nascar dove
sussistono drivers “puliti” (ma non troppo n.d.r) e si rispettano a vicenda.
Nella Nascar si può girare alla media di 200 miglia a fianco di un'altra
macchina anche per tutta la passata dell'ovale, ed è stato appunto questo dettaglio a richiedere la mia attenzione. Ma Montoya avrà bisogno di pratica, di esperienza, di tanta attenzione e non potrà sentirsi superiore soltanto perché proviene dalla F.1».

Lino Manocchia 14/07/2006 8.36