La Fifa? Registrata in Svizzera per pagare solo il 4,25% di tasse

Alessandro Biancardi

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ROMA. Il sistema Moggi è solo la punta, locale e minima, di un iceberg mondiale, quello della macchina da soldi che chiamiamo ancora calcio, per amore dello sport. Una panoramica per capire come il pallone sia diventato una sfera che correndo incamera soldi, rilasciano scandali nel suo correre nei prati verdi.

ROMA. Il sistema Moggi è solo la punta, locale e minima, di un iceberg mondiale, quello della macchina da soldi che chiamiamo ancora calcio, per amore dello sport. Una panoramica per capire come il pallone sia diventato una sfera che correndo incamera soldi, rilasciano scandali nel suo correre nei prati verdi.

È un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo.
Ma questo “lavoro” lo fanno in tanti, dai campi polverosi dell'Africa, ai campetti di quartiere italiani, dalle strade del porto di Marsiglia alle oasi saudite: giocare a calcio.
Chi lo lavora così lo fa con dedizione, con passione, e senza interessi.

CHE FIFA… DELLE TASSE

Ma c'è una organizzazione no profit (come è ancor scritto nel suo statuto), che invece non nobilita quanto fatto dai singoli lavoratori: la Fifa.
Regolarizzata come un normale circolo creativo, fattura invece miliardi di euro: nel 2005 ha toccato 1,7 miliardi, dando al fisco svizzero (è associata nella terra dei quattro cantoni) solo il 4,25 per cento delle sue entrate annuali: con la possibilità di non rendere pubbliche le sue entrate, il gioco è fatto.
La Fifa è una multinazionale, il calcio è mondiale: c'è una profonda differenza.
Il termine “mondiale” non indica il fattore economico, altrimenti lo si definirebbe globale: è un termine con ancora un qualcosa di sano e filantropico.

I DIRITTI TV

La guerra dei diritti tv dura oramai da anni, e coinvolge più di guerrafondaio: come non ricordare lo scandalo Kirch-Isl nel 2001: la Isl (International Sports & Leisure) è un marchio per la gestione dei diritti pubblicitari, creati ad hoc per vendere ogni pezzetto commercializzabile del calcio, dai cartelloni pubblicitari agli spot in tv, passando per loghi e gadgets. Assicuratasi i diritti per i mondiali del 2002 e del 2006 grazie all'appoggio degli amici Blatter e Havelange, era risultata insolvente (per 1,8 milioni di euro) insieme al suo partner, l'imprenditore televisivo tedesco Leo Kirch.
Il fallimento della Isl aveva dato il via a lunghe indagini che hanno portato alla luce tangenti a dirigenti Fifa, collusioni e concussioni di ogni tipo e grado. Anche Blatter, numero uno Fifa, ha da allora il fiato della legge sul collo, ma sembra non curarsene: in una recente intervista ha dichiarato che gli piacerebbe ricevere il premio nobel, come rappresentante della Fifa.
Questa guerra dei diritti ha fatto arrivare l'asta per la trasmissione delle partite a cifre altissime, provocando spiacevolissime situazioni come quella italiana dove la televisione di stato riesce a trasmettere solo una partita al giorno, per lo più quella delle 21, con tutto il resto della diretta mondiale in mano privata: Sky, che con i suoi canali sportivi riesce ad assicurare una 24 ore su 24 di calcio.

COLLASSO ELETTRICO IN GHANA CAUSA PARTITA

E sottolinea ancora di più il disavanzo di mezzi e tecnologie da paese a paese: a causa del match con l'Italia del 12 giugno, il Ghana ha rischiato il collasso elettrico perché il suo impianto avrebbe potuto non resistere al sovraccarico di televisori accessi. La festa dell'esordio mondiale è stata così un po' stemperata da un'economia volontaria, con un solo tv accesso per famiglia o gruppi di amici.

LA LOBBY DEL PALLONE

Se esistono lobby di potere, nel senso stretto di “difesa di interessi una ben specifica categoria”, esiste certamente anche una lobby del pallone: il prodotto interno lordo italiano del 2005 ha ricevuto un contributo dal mondo del calcio dello 0,5%. Una percentuale davvero considerevole fatta di diritti tv, sponsor, accessori, ecc. e solo in minima parte dagli incassi degli stadi: un altro modo per simboleggiare il passaggio di padrone che ha subito il calcio, dal popolo al palazzo.
I debiti totali delle squadre italiane quotate in borsa si aggira intorno ai 500 milioni di euro, una cifra simile al Pil di qualche piccola nazione.
Sarebbe illogico pensare che un giro tale di soldi non coinvolga “furbetti di quartiere” e giochi di potere, e il recente caso Moggi ne è testimone.

TIFOSI E VOGLIA DI NORMALITA'

Tutto il mondo è ovviamente paese quando si tratta di situazioni del genere, e gli scandali “pallonari” vengono fuori periodicamente in varie parti, come lo scandalo arbitri in Germania di qualche tempo fa (dove i fischietti scommettevano su partite da loro dirette, incassando bei soldoni) o il fallimento economico-sportivo di club storici e gloriosi, come il Leeds.
Il grido che viene fuori dai tifosi non è una rivoluzione, né un ritorno alle origini: c'è solo voglia di un ritorno alla normalità, che possa assicurare a tutti il diritto di seguire i propri colori o la propria nazione, e godere come un tempo di una vittoria o di piangere per una sconfitta, senza pensare che dietro ci sia stato un disegno tattico, degno di Risiko, per gestire e indirizzare quelle lacrime o quei gridi di gioia.

Ernesto Valerio 14/06/2006 12.33