MOTORI. Il "mitico" Mario Andretti acclamato "pilota del secolo"

Alessandro Biancardi

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MOTORI. Il "mitico" Mario Andretti acclamato "pilota del secolo"
«Coraggioso, generoso, serio professionista, istriano d'origine, idolo d'America, salito anche alla gloria di Indianapolis, e'
divenuto campione del mondo non su una macchina Ferrari e questo dispiace a me quanto, credo, a lui e ai suoi tanti sostenitori. Al suo nome sono legate alcune delle piu' belle vittorie Ferrari…»
Cosi'Enzo Ferrari descrive nel suo libro“Piloti che gente” il campione sospinto da una grande voglia di vincere, una voglia straripante, assoluta, cocciuta,senza ripensamento di comodo o di calcolo,di arrivare al vertice.
Mario Gabriele Andretti, detto “Piedone” e'sempre stato cosi'.
Da “rookie” ad Indy, o quando a 38 anni divenne campione del mondo di F.1 (foto). Mario, che ha raggiunto la soglia delle 66 primavere e' stato acclamato dalla stampa unanime, dagli ex nemici/ed amici come “il pilota del secolo ed il piu'grande tra i grandi”.



LA SUA “WAY OF LIFE” E' Americana, ma le radici istriane gli sono rimaste appiccicate.
Cuore, patria e famiglia hanno ancora un peso per il grande Andretti, mai dimenticato dagli appassionati italiani.
«Sono finito negli Stati Uniti, ama ricordare l'ex campione del mondo, a causa della politica internazionale. Sono nato a Montona, vicino Trieste.
Dopo la seconda guerra mondiale, mio padre divenne amministratore di sette fattorie.Eredito' della terra e disponevamo di parecchi soldi, una fortuna in quel periodo cosi' fiddicile. Eravamo una famiglia borghese che esportava vino e farina. Un giorno all'improvviso arrivarono gli jugoslavi e ci dissero”quello che e' tuo e' mio,se non vi piace andateve».
«Naturalmente scappammo», continua, «trovando accoglienza in un campo di profughi di Lucca dove rimanemmo dal 1948 al 1955. Poi emigrammo in America».
Esattamente a Nazareth un piccolo centro sconosciuto della Pensilvania divenuto famoso nel mondo proprio grazie ad Andretti che tuttora vive li, dove gli hanno dedicato anche una strada: la “Victory lane”.
«L'automobilismo, i grandi piloti, mi hanno sempre attratto, fin da bambino.
Sono convinto che il desiderio di correre in macchina, l'istinto tipico del pilota, lo si possieda sin dalla nascita, lo si abbia nei cromosoni. Ritengo inoltre che la passione, l'abnegazione, il carattere che occorrono per diventare piloti professionisti non si possono insegnare».
«Negli anni ‘70 guidavo tutto quello che mi capitava tra le mani, dalla F.1 alle Midget».
«Il limite è determinato dal feeling che si instaura con il proprio mezzo o siamo noi che lo definiamo? Chi puo' dire che non potrebbe essere altro al punto che noi riteniamo insuperabile? Gia', chi lo puo' dire?»




IL NOMIGNOLO SUGGERITO DA CLARK Nel 1961 un americano, Phil Hill conquisto' il mondiale piloti di F.1 al volante di una Ferrari. Dopo 17 anni, un tempo sufficiente perche' un Paese come gli Stati Uniti dimenticasse sia Phil Hill sia la F.1, Mario ricordo' agli americani che c'era qualcosa d'altro nel mondo oltre alle piste ovali.
«Non so se potro' mai descrivere quello che rappresenta per me il titolo di campione del mondo della F.1.», ama ripetere Andretti con intensita'e sincerita'.
Gli storici della Formula uno sono convinti che dall'associazione di Andretti e Colin Chapman nacque il miracolo della rinascita Lotus.
Un team che, dopo essere stato abbandonato da Emerson Fittipaldi sembrava essere divenuto una succursale dell'hobby preferito di Chapman, le barche, cui il geniale tecnico inglese dedicava gran tempo.
Ma Mario non ha nessuna voglia di ritenersi un pensionato. Oltre alla Vineria della California che produce vini squisiti, Mario dirige una frequentatissima scuola guida ed e' il”portavoce”di associazioni ed enti sportivi.
Si vede proprio che non ne puo' piu', sente il bisogno di tornare alla guida di una macchina da corsa dopo vari anni
trascorsi fremendo sui muretti dei box per seguire il nipotino Marco(foto) che ha anch'egli voglia…di F.1.
Quel “piedone” destro che non spinge piu' come un tempo deve sembrargli inutile, e gli ricorda le innumerevoli pole ,le vittorie in piste mitiche come lui:Watkins Glen , Indianapolis, Michigan dove registro' la 65ma vittoria della sua carriera alla media record di 230/125 miglia all'eta' di 42 anni.
A proposito ricordiamo un aneddoto.
Anni Sessanta. Si correva a Trenton,(foto) un modesto ovale del New Jersey, ed era presente Jim Clark:Jimmy il quale partito settimo fu costretto a respirare la polvere di Andretti in pole position. A meta' gara,Clark si fermo' col motore fumante. Lo avvicinammo e gli chiedemmo: «Jimmy che ne pensi di Andretti?». «It is a big foot», ovvero ha il piede pesante. «Da quel giorno Mario divenne il proverbiale “Piedone”».


CONTRO I SUDISTI DELLA NASCAR Nel 1967 Andretti penso' bene di partecipare anche alla 500 miglia di Daytona risevata alle vetture della Nascar, serie frequentata da una ristretta cerchia d piloti provenienti per lo piu' dal sud degli States.
«Facevo parte del team Ford che aveva gia' Fred Lorenzon, pilota molto spinto della casa di Detroit. Loro volevano che vincesse lui ed io avrei dovuto aiutarlo in tutti i modi. Mancavano quattro giri al termine e seguivo un pilota che si chiamava Lundt. Ero piu' veloce, lui mi segnalo' di passare all'esterno. Con un guizzo invece lo infilai all'interno Lorenzon che mi seguiva,
sbalordito, rallento'. Basto' quell'attimo, quell secondoe la vittori fu mia, ma sul podio non ci fu grande entusiasmo».
Mario, col sorriso sulle labbra, prosegue: «avevo guidato altre vetture potenti ma quando
fui chiamato a sostituire Troy Ruttman, un gigante di oltre 2 metri, trovai cosi' tanto spazio nell'abitacolo che le cinghie non riuscivano a stringere completamente il mio corpo.
A Trenton esordii senza aver mai compiuto il test da rookie benche' le medie in un ovale sfiorassero le 180 miglia. Spesso mi chiedo:”Ma ero pazzo o deficiente”?»




LA FOMULA UNO E LA FERRARI Parliamo di F.1, della Ferrari, di un rapporto che non decollo' mai. Perche'?
«Quando ero libero io, loro erano impegnati. Fu una situazione balorda. Alla fine del 1977 andai a Maranello
per parlare col Commendatore, pur essendo legato da un contratto con Colin Chapman. Cercai di liberarmi pur sapendo che Colin mi avrebbe fatto causa».
«Lasciali parlare», disse Ferrari, «noi abbiamo avvocati potenti».
«Ma tornato in America, con sorpresa all'aeroporto mi trovai davanti Chapman che con tanta gentilezza mi chiese di non lasciarlo. E cosi' fu».
Beh, non ando' poi male considerando che proprio nel 1978 Andretti vinse il titolo con l'imbattibile Lotus 79 e la Ferrari si trovo' ad arrancare.
Curiosamente, l'ultima volta che Andretti sali' su una monoposto di F.1 fu con
una Ferrari, la 126 C2.
La guido' a Monza e Las Vegas nel 1982, a 42 anni,
per sostituire l'infortunato Pironi.
Quando Mario ricevette la chiamata non ci penso' due volte a volare in Italia.
Giunto a Maranello
all'ora di pranzo affronto' un mastodontico pranzo, poi sali'in macchina e segno' il record di Fiorano. A Monza ottenne una incredibile pole ed in gara fini' terzo. A Las Vegas ando' peggio. Da allora, Mario le F.1 le ha viste soltanto dai box.
Un salto nel passato?
«Avevo 13 anni e gia' avvertivo un certo prurito al piede destro. I miei idoli a quei tempi erano Fangio, Castellotti, Moss ed Ascari, che ebbe grande influenza sulla mia decisione
di dedicarmi a questo sport..La mia prima gara fu ad Ancona. Era di F.Junior e da quel momento non ebbi piu' pace. Son trascorsi 50 anni dai primi contatti col volante».
E sono tanti.


Lino Manocchia -SSNphoto.com 11/02/2006 9.11