Monicelli-Tarantino:«dov’è finito il cinema italiano che sconvolge e travolge?»

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

3158

ROMA. Due registri diversi, di due scuole e generazioni diverse, con tradizioni e talenti, legati da un unico filo rosso: la critica al cinema italiano contemporaneo, colpevole di non rivoluzionare più il grande schermo mondiale.
L'esportazione della cultura passa attraverso i momenti di frizione sociale.
Che in questo momento in Italia ci sia calma piatta?
Forse.
Il cinema italiano sembra non rispondere più, agli occhi di molti maestri della settima arte e ad una folta schiera di critici, alla sua passata dote di rivoluzionare il cinema, di creare un seguito, un modo di fare e anche un mercato.
Quello sì forse, dato che il successo di Muccino e co. in madrepatria e in tutto il mondo è intoccabile: ma come spesso accade, pubblico e critica non sono d'accordo, snobbandosi vicendevolmente.
La prima presa di posizione è stata quella di Tarantino che, ospite a Cannes, ha inviato qualche frecciata alla vicina Italia, ribadendo il tutto poi in successive interviste, pur smorzando un po' i toni («Sono stato frainteso. Non conosco il cinema italiano di oggi»). È cosa oramai risaputa che il regista americano (e non solo lui) ha tra le sue massime fonti di ispirazione il cinema italiano, quello “B”, sconosciuto ai più, che ha saputo far rivivere grazie al suo entusiasmo e, ovviamente, grazie alla sua fama.
«Dalla Corea o dalla Russia arrivano film rivoluzionari come Old boy o Nightwatch: perché non fate niente di così forte in Italia?», si chiede Tarantino, sottolineando come «non c'è bisogno della sala, il successo di tanti autori asiatici viene solo dal mercato dei dvd, in cui i titoli italiani nuovi sono scarsissimi».
Ricorda lo spaghetti-western, e il suo vate Sergio Leone: «è stato colui che più ha influenzato il cinema delle giovani generazioni, più di John Ford o di Howard Hawks. […] Ha portato una rivoluzione».
Insomma, uno sguardo critico al presente, ricordando con amore e nostalgia il passato.
Ma davvero la situazione italiana è così grave, così in regresso?
Uno dei maestri del cinema nostrano, Mario Monicelli, non sembra discostare molto dal pensiero tarantiniano.
Intervenendo a Bologna durante il festival di cinema e letteratura “Le parole dello schermo”, Monicelli ha affermato che il nostro cinema prima «faceva della satira su un mondo sociale, politico, culturale che era rappresentabile, comprensibile e quindi anche ridicolizzabile», chiedendosi poi cosa ci sia di ridicolizzabile adesso a tutti i livelli.
La risposta? Ogni cosa è «talmente ridicola, volgare e poi addirittura irreale, è tutta satira, controsatira, autosatira».
Parole, dure e taglienti come un'accetta, che riprendono concetti che Monicelli ripete da anni: «a me sembra che quasi tutto il cinema italiano recente rappresenti la realtà come se tutto andasse bene così com'è, senza dissacrazione né grande critica. Non esistono film come Divorzio all'italiana. Tutto viene preso come un dato di fatto e basta», affermava nel 2004.
La soluzione?
Certamente non è facile conciliare botteghino e critica, parere di esperti e ovazioni del pubblico. Il cinema italiano risponde fin troppo bene in termini di incassi: basta ricordare i vari “Manuale d'amore”, “Notte prima degli esami”, “La ricerca della felicità”, ecc. Ma è davvero questa una cultura esportabile? È davvero questa la strada evolutiva del cinema italiano?
Tra biglietti venduti e critiche di fuoco, la battaglia è appena cominciata.
Buona visione.

Ernesto Valerio 19/07/2007 8.05