"Il mondo nuovo" di Neffa fa tappa a Pescara

Alessandro Biancardi

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PESCARA. Sabato 21 aprile Neffa sarà al Megà di Pescara per un atteso live. L’artista è tornato sulle scene lo scorso anno con “Alla fine della notte”, e – prima di intraprendere il suo attuale tour – ha anche trovato il tempo per collaborare alla colonna sonora di “Saturno contro”, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek, firmando il brano “Passione”. E’ proprio da qui che comincia la nostra chiacchierata.      
PESCARA. Sabato 21 aprile Neffa sarà al Megà di Pescara per un atteso live. L'artista è tornato sulle scene lo scorso anno con “Alla fine della notte”, e – prima di intraprendere il suo attuale tour – ha anche trovato il tempo per collaborare alla colonna sonora di “Saturno contro”, l'ultimo film di Ferzan Ozpetek, firmando il brano “Passione”. E' proprio da qui che comincia la nostra chiacchierata.

 


 


 


Neffa, come è nata la tua partecipazione alla soundtrack di “Saturno contro”?

«A settembre dello scorso anno sono stato contattato da Ferzan Ozpetek, che aveva già iniziato a girare il film. Nonostante non ci conoscessimo, è stato facile per me sentirmi in sintonia con lui, perché ho scoperto una grande affinità tra il mio modo di creare ed il suo. Si tratta di quello che io chiamo approccio da “amatore”, per indicare non l'approccio del dilettante, ma quello di una persona innamorata della propria creazione. Significa anteporre questo amore agli aspetti più stucchevolmente professionali, che spesso allontanano un autore dalla grandezza della semplicità di un'emozione e dal desiderio di raccontarla».

Il tuo ultimo cd si chiama “Alla fine della notte”: perché questo titolo?
«Perché la fine della notte è un momento molto particolare: rappresenta il sottile confine tra realtà e sogno, in cui gli attimi si dilatano e i sogni sembrano vicini al quotidiano. Questo disco è incentrato sul conflitto tra l'umanità e la macchina: noi tendiamo sempre più ad essere assimilati alle macchine. Dobbiamo lottare con il concetto di futuro che vige attualmente: per riallacciarmi a ciò che canto ne “Il mondo nuovo” (il singolo che ha lanciato l'album, ndr), mio padre mi raccontava sempre del primo uomo sulla luna, e, crescendo, le nostre aspettative sul futuro si basavano sull'immagine che ci era stata trasmessa. Oggi, invece, sembra che il futuro voglia entrarci nella mente e controllarci».

Il futuro, dunque, rappresenta una minaccia?
«Il futuro ci vuole attivi, produttivi, digitali, ma è la tecnologia a dover essere al servizio degli uomini, non il contrario. Noi non dobbiamo essere per forza consumatori: siamo persone! Ciò che accadeva in “Demolition man”, un film di qualche anno fa, secondo me non è poi così lontano: le canzoni della pubblicità erano i “classici”, e se ci pensiamo sta succedendo proprio questo, cioè la musica sta diventando un gadget da patatine. Come se non bastasse, se negli anni '80 artisti come Fossati e la Bertè mettevano tutti d'accordo, oggi ci sono cantanti che vivono del proprio mito e sono sempre uguali a se stessi».

Sei a favore delle suonerie?
«Assolutamente no! Sono terribili, non mi piacciono. La suoneria è come fare sesso al telefono: è una cosa virtuale, arida. Non percepisci l'anima del pezzo».

Ascoltando il tuo ultimo lavoro, sembra che “Il mondo nuovo” si discosti musicalmente dalla tua precedente produzione: ha delle sfumature elettroniche…
«Beh, si discosta dal resto per la presenza di un basso synth che gli dà più groove, ma non credo che in realtà sia molto diverso da altre mie canzoni. Secondo me, l'unica differenza tra un pezzo moderno e uno “vintage” è che quello moderno ha la batteria elettronica anziché quella vera. Non vedo altre distinzioni. Sicuramente “Il mondo nuovo” è un pezzo che non entra subito in testa: tante persone me lo hanno confermato. Per quel che mi riguarda, lo ritengo il mio brano migliore. La strofa rappresenta un momento drammatico, ma il ritornello esprime il desiderio di salvarsi da certi aspetti, sia del mondo esterno, sia di quello interiore».

Definirei invece più “chitarristici” brani come “Tu non mi manchi” e “Luna nuova”. Sei d'accordo?
«Sì. Io sono cresciuto ascoltando di tutto. Ovviamente, ho amato molto anche il rock. Il rap, da cui sono partito, risentiva all'inizio del funky-soul, e quindi sono andato alla scoperta anche di quel genere. “Alla fermata”, un brano del 2001, era più beatlesiano, e in questo nuovo disco c'è una canzone gospel come “Tanta luce”. Mi spiace solo di non essermi fatto una cultura in materia di musica classica».

Hai fatto riferimento al tuo passato con il rap: sei soddisfatto della tua svolta artistica?
«Sì, sono contento di aver fatto questo cambiamento. Avevo bisogno di esprimere tutta la mia musicalità, e nel rap ci stavo ormai stretto: mi sembrava di essere in un bicchiere d'acqua. Sono sempre stato un cantante, e mi sono avvicinato al rap tramite la scena hardcore bolognese, di cui facevo parte come batterista. Del rap mi ha sempre interessato l'aspetto “jazzistico”, sia per quanto riguarda il contributo di ognuno, sia per la musica del passato da campionare. Insomma, per me questa “svolta” artistica non è stata altro che un ritorno alle origini. Ti dirò di più: da “Aspettando il sole” a “Il mondo nuovo” c'è in realtà una piccola distanza, perché, a livello di tematiche, questo nuovo lavoro è in linea con il mio percorso umano. Nel mio carattere c'è sempre stata una vena malinconica».

Massimo Giuliano 18/04/2007 9.16