"Little Miss Sunshine": piccola perla del cinema americano

Alessandro Biancardi

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CINEMA. “Una magica esperienza a bordo di uno scalcinato furgone”: la perfetta sintesi di “Little Miss Sunshine”, piccola perla del cinema americano. Regia di Jonathan Dayton, che ha firmato in passato solo un lungometraggio musicale su Janet Jackson, e Valerie Faris.
Un cast modesto ma non per questo frivolo, dove spiccano i nomi di Toni Collette (“About a boy”, “The Hours”) Greg Kinnear (“Qualcosa è cambiato”, “We were soldiers”), che dà vita ad una storia così surreale da sembrare perfettamente normale: in una famiglia incredibile, dove abbiamo un nonno tossicodipendente, una madre nevrotica, un figlio nietzschiano, muto per volontà e innamorato dell'aviazione, uno zio aspirante suicida e un padre motivatore di professione, una ragazzina patita di concorsi di bellezza per bambine deve andare alle finali di “Little Miss Sunshine”, in California, dopo aver vinto le selezioni regionali (per abbandono della prima classificata). Tutti a bordo di un vecchio furgone Wolkswagen, viaggiano sulle lunghe strade americane, superando ostacoli tecnici (come la rottura del cambio) economici (il padre non riesce a far pubblicare un suo libro) e personali (un ex amante gay dello zio aspirante suicida e il daltonismo del figlio, che lo costringe ad abbandonare il suo sogno di aviatore).
Questo mix davvero perfetto di umorismo e riflessione, di battute agrodolci e sorrisi a trentadue denti, è valso a “Little Miss Sunshine” non solo il premio “Sydney Film Festival 2006”, ma anche la candidatura agli Oscar 2007, come miglior film. Un risultato incredibile per un regista del calibro di Dayton, che si troverà contro, nella corsa alla statuetta, mostri sacri del calibro di Scorsese , Eastwood e Inarritu.
Ernesto Valerio

15/02/2007 14.20