A novantuno anni torna nelle sale Mario Monicelli con "Le rose del deserto"

Alessandro Biancardi

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  Nonostante l’età e un successo extranazionale, Monicelli ha ancora voglia di regalarci un capolavoro dietro la telecamera. Dopo mesi passati nel deserto, arriva nelle sale italiane il racconto della guerra di Libia, teatro storico poco gettonato dal cinema del nostro paese.    

 


Nonostante l'età e un successo extranazionale, Monicelli ha ancora voglia di regalarci un capolavoro dietro la telecamera. Dopo mesi passati nel deserto, arriva nelle sale italiane il racconto della guerra di Libia, teatro storico poco gettonato dal cinema del nostro paese.


 


 


Novant'anni, regista, parte integrante della storia del cinema mondiale. In pochissimi possono vantare un curriculum del genere. Ma tra questi c'è un italiano, Mario Monicelli.
L'ultima bandiera di un cinema oramai passato, tutto italiano, torna nelle sale con “Le rose del deserto” , in uscita questo fine settimana. La trama si sviluppa intorno all'occupazione della Libia da parte del nostro esercito, durante la seconda guerra mondiale. Una scelta innovativa e coraggiosa quella di Monicelli, che ha scelto l'avventura libica perché «non è stata quasi mai materia di trattazione cinematografica e trovavo molto stimolante confrontarmici».
Il Maestro del cinema italiano ha preso ampi spunti per la pellicola dal suo quasi coetaneo Mario Tobino, autore de “Il deserto di Libia”: un testo che ha colpito molto il regista, rimasto «molto commosso» dalla lettura e scovando nella stessa, allo stesso tempo, «notevoli spunti per il film, ritrovando anche le mie esperienze tra le pagine del suo libro».
Da sottolineare come, per un novantenne più che per un regista, girare un film in un deserto non dev'essere stata impresa facile, anzi. È stato lo stesso regista ad ammettere che il tutto è stato facilmente superato grazie allo spirito del gruppo, alla troupe e agli attori che hanno creato loro, artificialmente, quella freschezza necessaria a superare mesi di deserto.
Il cast è ricco, e degno di una pellicola di tale spessore: da Placido a Haber, passando per Giorgio Casotti e Fulvio Falzarano. Cento minuti di guerra e storia, tra lettere d'amore, oasi sperdute e missioni più umanitarie che di conquista, in un calderone confuso di eventi che trova il suo bellissimo filo logico nella pulita regia di Monicelli.

«Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente».

Tutto su Mario Monicelli.

Ernesto Valerio 04/12/2006 8.49