Mimmo Locasciulli: «Penso ancora in abruzzese»

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

1638

L'INTERVISTA. Quando si scambiano due chiacchiere con lui, è inevitabile parlare, oltre che di musica, anche dell’Abruzzo, la sua regione natale, che gli è rimasta nel cuore. Mimmo Locasciulli si confessa a PrimaDaNoi.it, svelando com’è avvenuta la gestazione del suo ultimo album, “Sglobal”. E racconta di quando tentò, invano, di trovare una casa discografica che fosse disposta ad investire su un certo Ligabue…



L'INTERVISTA.

Quando si scambiano due chiacchiere con lui, è inevitabile parlare, oltre che di musica, anche dell'Abruzzo, la sua regione natale, che gli è rimasta nel cuore. Mimmo Locasciulli si confessa a PrimaDaNoi.it, svelando com'è avvenuta la gestazione del suo ultimo album, “Sglobal”. E racconta di quando tentò, invano, di trovare una casa discografica che fosse disposta ad investire su un certo Ligabue…




Mimmo, come mai hai scelto di intitolare “Sglobal” il tuo ultimo cd?
«Ripensavo ai fatti di Genova, e mi rendevo conto che in quell'occasione si è avuta la dimostrazione di quanto la violenza non aiuti e non porti a nulla. Volevo scrivere un pezzo su questo. La violenza non è il condimento giusto di un'idea, e la politica è inutile se sfocia nella violenza. In tal senso, “No global” significa violento. “Sglobal”, invece, è un termine da intendere in un'accezione più culturale».

C'è anche il discorso della salvaguardia di certe tradizioni…
«Sicuramente sì. Sono d'accordo. Immagina un Abruzzo globalizzato: non esisterebbe!».

A proposito di Abruzzo, tu sei sempre rimasto molto legato alla tua terra natia, e non perdi occasione per ricordare pubblicamente l'amore che nutri per questa regione. Lo hai fatto anche scrivendo una canzone in dialetto, “Vola vola vola”…
«“Vola vola vola” parla di libertà. Mi sono ispirato alla più famosa canzone abruzzese, che ha 200 anni di vita: volevo innovarla e al tempo stesso scrivere un brano nel mio dialetto. Così ho scelto di fare un omaggio a questa terra, alla quale sono ancora molto legato, sebbene vi manchi da 35 anni. Il mio è un dorato esilio: sto bene a Roma, ma ho nostalgia dell'Abruzzo. Penso ancora in abruzzese».

Tornerai mai a Penne, il paese dove sei nato?
«Ci vado spesso perché lì ho ancora i miei genitori, ma ho paura all'idea di trasferirmici in via definitiva. Tornarci a vivere potrebbe essere traumatico. A Penne mi mancano troppe cose che ora non ho più: gli amici che avevo sono morti, e i luoghi sono stati trasformati. Temo di non ritrovare il paese così come l'ho lasciato, come me lo ricordo».

Sempre restando in tema di Abruzzo, gli artisti emergenti che provengono dalla nostra regione non riescono a sfondare: per quale motivo, secondo te?
«Per la stessa ragione per la quale il turismo abruzzese non riesce a raggiungere grandi risultati. In Abruzzo c'è troppo autocompiacimento: soddisfi quelle che sono le tue esigenze primarie, ma non punti mai in alto. È chiaro che se si ragiona in questa maniera, non si va lontano. Il discorso vale anche per chi fa musica. Ti faccio un esempio, che la dice lunga su questo fatto: nel 1986, alla fine di un concerto a Modena, mi si avvicinò un giovane artista locale e mi diede una cassetta. La ascoltai e, sebbene fosse registrata malissimo, con le urla del pubblico in sottofondo e quant'altro, sentii che il talento e le idee c'erano. Gli feci fare un provino, e girai per un anno tutte le case discografiche cercando di procurare un contratto a questo ragazzo. Non ci fu niente da fare. Poi Pierangelo Bertoli decise di incidere due sue canzoni. Quel ragazzo era Ligabue…».

Ma dai! Questa cosa non la sapevo…
«E' andata proprio così. Ma a me colpì molto il fatto che Ligabue si presentò accompagnato dal suo manager! Ricordo che pensai: “Questo qui è uno sconosciuto e già ha l'impresario!”. Ciò ti fa capire come altrove si sia più organizzati. I risultati, poi, arrivano. Quel che ha fatto Ligabue in seguito, lo sappiamo tutti».

Torniamo a “Sglobal” e parliamo delle numerose collaborazioni che hai inanellato per questo cd: Frankie Hi-Nrg, Alex Britti, Stefano Di Battista, Marc Ribot e il sempre presente Greg Cohen…
«Quando ho pensato ad una canzone come “Sglobal”, mi sono detto: non ho la cifra creativa per scrivere una cosa quasi politica, ironica, perché il mio mondo è lontano da questo stile compositivo. Così ho pensato ad uno come Frankie Hi-Nrg: non sono mai stato vicino al rap, ma la sua musica mi è sempre piaciuta. Trovo intelligente il suo modo di essere accusatore. Ho chiamato Frankie e gli ho proposto di collaborare: lui ha accettato, e ha scritto la parte che poi ha inciso. Con Alex Britti ho lavorato ad “Aiuto”: per la prima volta ho fatto un pezzo di sapore blues, e Alex era sicuramente il più indicato per impreziosire il tutto. Insieme ci siamo divertiti moltissimo. Sono felice che Marc Ribot mi abbia onorato della sua presenza: l'ho scoperto nel 1990, e ho voluto averlo a tutti i costi in questo nuovo disco. Poi c'è Stefano Di Battista, che è un grande sassofonista: in “Perso e trovato” è stato il collante tra il mio mondo e quello di Greg Cohen, che ha firmato la musica. Greg è un musicista straordinario, con il quale collaboro da tanto tempo: dal 1988 viene almeno una volta all'anno in Italia. Io lo chiamo “Gregorio Coeno”, perché ormai è un italiano acquisito».

Tu affianchi da sempre l'attività di musicista a quella di medico: meglio l'una o l'altra cosa?
«La musica è una passione che si è tramutata in lavoro, la medicina è il mio lavoro che porto avanti con grandissima passione».

Massimo Giuliano 02/11/2006 8.40