Cinema. Carcere, sigarette e commedie nere alla ribalta nei botteghini

Alessandro Biancardi

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 Dopo essere stato il leit motiv degli scorsi Oscar, l'impegno politico e sociale caratterizza ancora il cinema internazionale. “The road to Guantanamo” e “Thank you for smoking”, pur stilisticamente agli antipodi, trattano entrambi temi delicati, il carcere e il fumo, entrambi spesso al centro dell'attenzione di media e pubblico.
Del primo è molto che si parla (anche PrimaDaNoi l'aveva anticipato, nell'approfondimento su Guantanamo ), e ora la crudeltà e la durezza delle immagini sono arrivate nelle sale: il film di Winterbottom non è un vero e proprio documentario, visto che il regista britannico mette sapientemente insieme fiction e “romanzo” con scene ad hoc che ricordano le vere e proprie inchieste-tv verità.
L'intreccio è basato sulla testimonianza di tre cittadini britannici, musulmani, arrestati nel 2001 in Afghanistan e poi detenuti per oltre due anni nel carcere americano di Guantanamo, sull'isola di Cuba.

L'ora e mezza di pellicola diventa un viaggio in un buco nero dell'occidente, in una pagina scurissima della democrazia più potente del mondo, dove gli abusi le torture sostituiscono prepotentemente il dialogo e la rieducazione del sistema carcerario. 


“Thank you for smoking”, di Jason Reitman, è una tipica commedia nera, forse una delle migliori realizzate negli ultimi anni. Centro nevralgico di tutto il film è la comunicazione, il suo modo di relazionarsi al pubblico attraverso parole, immagini e suoni, in una corrispondenza che vede sempre lo spettatore come passivo ricettore di un qualcosa di perfetto, di inattaccabile e corretto. Il film resta poi in equilibrio sulla figura di Nick Naylor, che appunto vuol far proliferare l'industria del tabacco con i suoi intrighi comunicativi o meno, ma allo stesso tempo restare una figura di riferimento, educativo e non, per il figlio. L'equilibrio lo si mantiene sempre sull'asse della comunicazione, che oltre che portante dell'intera pellicola ne è anche fattore di stabilità o meno.


PrimaDaNoi.it segnala:



È tornato recentemente nelle sale anche Kim Ki-duk, l'apprezzatissimo regista coreano di “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera” e “Ferro 3 - La casa vuota”, con un nuovo lavoro cinematografico, “Time”.
Questa volta arriva in sala con una pellicola un po' diversa dal solito, abbandonando relativamente il suo stile “pittorico” e poetico, e lasciando spazio a quello che è quasi un thriller. “Time” vede al centro della sua trama la storia di una giovane donna, la cui relazione sentimentale comincia a dare più di un segnale di crisi. Ecco il ricorso allora alla chirurgia estetica, come mezzo per reindirizzare il suo legame amoroso sull'antico binario. Come da titolo, il tempo è inesorabile e colpisce indifferentemente mondo occidentale ed orientale, corrompendo ambedue verso la perfezione estetica, utopica chiave di successo ed immortalità.


 Anche “Little miss Sunshine”, recente premio pubblico Sundace, si presenta come una commedia nera, costruita su tematiche sensibili, soprattutto negli Usa, come l'omosessualità, il fallimento del capofamiglia, la droga, i concorsi di bellezza (in particolare, quelli per i più piccoli, forse più “pericolosi” visto che la giovane età è certamente quella più plasmabile e delicata). La trama è incentrata sulla stranissima famiglia Hoover, dove in un marasma di stranezze, spiccano un nonno eroinomane e una bambina vincitrice regionale del concorso di bellezza Little miss Sunshine. Da qui il viaggio verso la California, per la selezione nazionale dove la bambina è entrata di diritto, dove dialoghi e parole affrontano le tematiche sopra elencate con accuratezza ed intelligenza, dando non solo spunti di riflessione ma anche qualche dolceamara conclusione.

Ernesto Valerio 27/09/2006 15.43