PrimaDaNoi.it a Venezia per la Mostra del Cinema

Alessandro Biancardi

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  SPECIALE VENEZIA. Continua il nostro viaggio al Lido di Venezia tra conferenze stampa e proiezioni. Non sono mancati anche incontri importanti. IL DIETRO LE QUINTE NEL BLOG

 


SPECIALE VENEZIA. Continua il nostro viaggio al Lido di Venezia tra conferenze stampa e proiezioni. Non sono mancati anche incontri importanti.


IL DIETRO LE QUINTE NEL BLOG





Dal nostro inviato a Venezia, Ernesto Valerio



HOLLYWOODLAND
Dopo la prima giornata, dove “The black Dahlia” di De Palma l'ha fatta da protagonista, il secondo giorno della Mostra ha avuto in “Hollywoodland”, opera prima di Allen Coulter, il battistrada della giornata.

La trama: un detective (interpretato da Adrien Brody), indaga sulla morte di George Reeves, attore che negli anni '50 interpretava la parte di Superman nell'omonima serie televisiva, qui con il volto di Ben Affleck.
Un percorso a ritroso, secondo il più classico oramai degli
schemi letterari o cinematografici, alla ricerca della verità, scomoda o non
politicamente corretta che sia. Una validissima opera prima che spiazza solo un
po' nel finale, forse troppo frenetico rispetto allo svolgimento dell'intera
pellicola, delicatamente lento. Entrambi gli attori erano presenti alla
conferenza stampa di presentazione, insieme al regista e a Diane Lane. Rispondendo alle domande dei giornalisti presenti in sala, Affleck ha sottolineato come sia difficile oggi interpretare un personaggio sullo schermo, visto che «la nostra vita è sbandierata sui giornali e sui programmi televisivi di tutto il mondo», il che rende sempre più difficile per lo spettatore la scissione attore-personaggio: come se ci si aspettasse ogni volta di vedere in lui l'ex di Jennifer Lopez
e non il protagonista e di questa e quella pellicola.



INFAMOUS

Oltre alla bella pellicola di Courter, la giornata del 31 ha visto sugli schermi del Lido anche l'atteso “Infamous”, film di Douglas McGrath, spiritosissimo in conferenza in compagnia del suo cast, dalla Bullock
(splendida, in un vestito nero dal gusto retrò e un finissimo smalto rosso, senza troppo trucco) al bravissimo Toby Jones. Quest'ultimo è assoluto protagonista della pellicola, in quanto protagonista: interpreta infatti Truman
Capote.
«C'era bisogno di un attore che fosse drammatico e comico allo stesso tempo» ha ammesso lo stesso regista, indicando ovviamente nella Bullock la partner perfetta per un personaggio di tale spessore. La fidanzatina d'America, anch'essa di buonissimo umore, ha scherzato molto con la stampa, sottolineando, tra le altre cose, il suo apprezzamento per Jones, che non conosceva ma che ha imparato ad “amare” con questo lavoro, vedendo in lui un vero Capote.


LETTERE DAL SAHARA
 



Anche il maestro Vittorio De Seta, con il suo “Lettere dal Sahara”, è stato presente a Venezia, per la conferenza e la prima visione della sua ultima fatica cinematografica. Già noto al pubblico per il suo grande e validissimo lavoro di documentarista, De Seta si è misurato con la delicata, ed attualissima, tematica dell'immigrazione, trovando terreno fertile nella comunità senegalese. Buona parte del film è stata realizzata nel paese africano, e oltre il 60% dei dialoghi sono in un dialetto senegalese.
Da sottolineare la presenza in conferenza, oltre che di diversi rappresentanti in Italia e nel Vaticano del governo senegalese, dei sottosegretari alla Pubblica Istruzione (On. De Torre) e alla Solidarietà Sociale (On. De Luca), entrambi interessati alla buona riuscita di pubblico della pellicola, da proporre in futuro anche come tema e visione scolastica, in funzione educativa oltre che meramente estetica.
«Un film che si è realizzato strada facendo» ha ammesso De Seta, sottolineando il carattere vivo, quasi da creatura reale, della sua opera, perfetta sintesi, nonostante l'enfasi narrativa tipica di ogni film, del documentario. Cosa del resto testimoniata anche dall'origine professionale di buona parte del cast, non attori di professione ma per lo più ex operai, lavoratori in nero, … Un lavoro sincero e coraggioso, oltre che bello.

LA SETTIMANA DELLA CRITICA.

Si è aperta nel pomeriggio del 31 questa iniziativa, parallela ma interna alla Mostra, con un'opera secondaria ma di elevato, elevatissimo spessore: “Bunny Lake is missing”, di Otto Preminger
(biografia e filmografia), restaurata grazie alla Sony e per la prima volta proposta in Europa, proprio nell'anno del centenario della nascita del regista.
Restauro meraviglioso sotto ogni punto di vista, che rende omaggio a questo splendido thriller dai caratteri molto moderni, ma con ottime e ben visibili sfumature hitchockiane (la sparizione di una bimba di quattro anni in un asilo è l'occasione per proporre al grande pubblico il tema del doppio, delle personalità ambigue e celate, del mistero della porta accanto,…). La prima visione europea è stata garantita anche grazie alla preziosa collaborazione del Museo del Cinema di Torino, che ha in programma per il prossimo futuro una retrospettiva completa su Preminger, la prima in Italia.
A seguire, il primo settembre, per la stessa categoria,“Le pressentiment”, di Jean-Pierre Daroussin.


COSA E' SUCCESSO IERI


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Primo giorno per settembre, terzo per Venezia. Un'altra giornata ricca di appuntamenti è andata in archivio: protagonisti di questo assolato inizio di mese Spike Lee, Oliver Stone e Juliette Binoche. Quest'ultima è stata la prima a parlare in conferenza, sorprendendo tutti con un nuovo colore di capelli, un biondo, ossigenato. Arcano presto svelato:
il prossimo film, che inizierà le riprese martedì, per la regia di Hou Hsiau Hsiang. La Binoche era presente per il film dell'argentino Santiago Amigorena, “Quelques jours en septembre”, opera fuori concorso. Con lei, tra gli altri, una raggiante e bellissima Anna Forestier, anch'essa ovviamente nel cast. )

La trama: fantapolitica a go go per un thriller che strizza l'occhio al comico e alla commedia, con un John Turturro in grande spolvero nei panni di un killer amante della poesia e sempre al telefono con il suo psicanalista. Fantapolitica in quanto quei giorni di settembre sono quelli che precedono il famoso 11 del 2001. Un corri-corri dietro ad un personaggio misterioso (Nick Nolte) che svelerà i perché di tutto questo solo alla fine. Sostanzialmente non un brutto film, ma certamente non un capolavoro: una pellicola per chi vuole passare una sera in tranquillità senza però rinunciare ad un minimo di contestualizzazione. Come una cena tra parenti, formale sì, ma che lascia la libertà di slacciarsi il nodo alla cravatta a metà pasto.


WHEN THE LEEVES BROKE: A REQUIEM IN FOUR ACTS

Applausi lunghi e convinti quelli per Spike Lee, presente in sala alla prima proiezione con moglie e figli. Il suo “When the leeves broke: a requiem in four acts” ha convinto in pieno il pubblico, nonostante le oltre quattro ore di proiezione. Trama: documentario accuratissimo, sentito e vissuto in piena persona e con partecipazione, testimone fedele e spietato del disastro, ambientale ed organizzativo, causato dall'uragano Latrina su New Orleans.



WORLD TRADE CENTER
 Invece brutto colpo veneto per Oliver Stone: niente applausi alla fine della proiezione del suo “World Trade Center”, solo qualche battito sparuto e timido, ma anche nessun fischio, solo qualche rumore critico di sottofondo: a volte, meglio la critica feroce dell'indifferenza pensano in molti, chissà Stone. Sono tanti quelli che non hanno capito il perché di questa tipologia di pellicola, buonista, di sentimenti, di speranza e serenità, con un assente ingiustificato per chi conosce e ama Oliver Stone:
la Politica, quella con la P maiuscola, non quella di Pericle ma quella delle
grandi stagioni a stelle e strisce. E infatti alla conferenza (affollatissima,
da richiedere anche schermi all'esterno) subito sono scattate le domande dei numerosissimi giornalisti in sala (forse la più gremita fino ad ora) alla ricerca di questi perché.
Il regista americano, in completo nero con polo celeste, in compagnia di Maria Bello e degli eroi (quelli veri) di quella giornata (con mogli al seguito) si è così “difeso”: «In un periodo così cupo, desidero […] mostrare che la serenità esiste; accendere una candela e illuminare questa grande oscurità. Non voglio più dividere, ma unire: la politica divide, il cuore unisce”, con l'approvazione convinta dei suoi vicini. Insomma, parole nuove e spiazzanti per un regista che ha sempre abituato il pubblico a ben altro».


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Tra le tantissime proiezioni in programma sarebbe facile perdersi: un'ottima bussola ed ancora di salvataggio è il primo lavoro da regista di Jean-Pierre Darroussin, “Le pressentiment” . Nonostante un calo fisiologico nella parte centrale, il film ha un'ottima struttura e intreccio, nonostante non sia proprio il massimo dell'originalità. Un avvocato affermato, molla tutto e si trasferisce in un quartiere periferico e povero di Parigi, in una affannosa e difficile ricerca delle felicità, che viene cercata e coccolata nella solitudine: gli uomini sono troppo cattivi e poco solidali, per cui rifugiarsi in se stessi e nel proprio progetto, perennemente in itinere, di poesia e scrittura. Applausi convinti e prolungati a fine proiezione, da parte di buona parte della gremitissima sala, nonostante il film faccia parte della “Settimana della Critica”, e non “In Concorso”.

Anche il lavoro del regista thailandese Apichatpong Weerasethakul,
“Sang Sattawat”
  ha ricevuto buoni feedback, soprattutto dalla critica (anche se non è mancata qualche voce fuori dal coro, nel pubblico: diverse le smorfie di dubbio e smarrimento a fine proiezione nella sala). Il film è incentrato sulla ripetizione e il dualismo, con due storie quasi simili che si sviluppano durante gli abbondanti cento minuti di durata. Uno stile narrativo e di valori che certamente può affascinare, ma non obbligatoriamente: un mondo distante da capire e, nel caso, apprezzare, ma senza forzature o valutazioni sommarie, in positivo o in negativo.


QUALCHE PROBLEMA.

Le polemiche Venezia-Roma si fanno sentire anche nel chiacchiericcio quotidiano e mettono, probabilmente, sotto pressione l'organizzazione: infatti sta diventando cosa all'ordine del giorno sottolineare ogni problema, piccolo o grande che sia, organizzativo o personale, con un “Eh, a Roma non succederebbe”.
Così è stato la scorsa sera, causa scatenante il ritardo (sostanzioso, a dire il vero) nella proiezione, una mezz'oretta circa. Cosa che si è ripetuta anche nella mattinata successiva, con quindici minuti abbondanti di ritardo. Diverse anche le lamentele in giro, soprattutto tra gli accreditati “Cinema”, che recriminano per le diverse file “a vuoto”: cioè, anche un'ora di fila per poi vedersi respingere davanti alla porta a causa della sala piena (questo tipo di accredito è l'ultimo in ordine di priorità di ingresso, e quindi le difficoltà colpiscono spesso questa fascia).
Idem per i metal detector, o affini, che disgraziatamente smettono di funzionare e mettono in difficoltà operatori e personale. Certo, non tutto deve andare obbligatoriamente bene oppure male, ma sottolineare una presunta perfezione romana non può che innervosire o infastidire, ed alimentare un fuoco che piccolo non è e che potrebbe divampare ben oltre quel bel caminetto che è la Mostra di Venezia.

02/09/2006 11.27