L'operetta italiana: storia e aneddoti nel libro di Fiorentino

Alessandro Biancardi

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È uscito il volume: Waldimaro Fiorentino, «L'operetta italiana», che ha come sottotitolo «Storia, analisi critica, aneddoti»; Edizioni Catinaccio Bolzano; 30 euro;
352 pagine, 130 rarissime fotografie: un indice di circa 1.000 titoli e di oltre 1.200 nomi; numeri che da soli indicano la ricchezza dell'operetta italiana.
Si tratta di una dell'opere più completa, anzi del «primo libro in assoluto sino ad ora uscito sulla piccola lirica di casa nostra e dedicato espressamente a questo tema; un libro atteso e che colma un vuoto, con una documentazione incredibilmente ampia», afferma l'autore.
Nel libro viene fornita l'esatta spiegazione del termine operetta, con tutte le definizioni che sino ad ora sono state date; l'influenza italiana nell'operetta di ogni altra scuola; i caratteri distintivi dell'operetta di casa nostra; i compositori e i personaggi illustri della piccola lirica italiana, che giunse sino sulla soglia di troni; i grandi autori d'opere e gli editori che composero operette; i grandi direttori d'orchestra; le affascinanti protagoniste femminili e gli illustri interpreti maschili; aneddoti gustosi sulla storia di questo segmento che ebbe grande influenza nella cultura ed il costume del nostro Paese e che spesso è stata sottovalutata anche perché frequentemente male eseguita. Vi vengono analizzate quattro operette-simbolo del repertorio italiano: «Addio giovinezza», «Scugnizza», «Il paese dei campanelli» e «Cin Ci Là».
«Attraverso questo libro», spiega Waldimaro Fiorentino, «si scoprono le origini italiane nell'operetta francese, in quella viennese ed in quella ungherese; che la prima composizione definita «operetta» venne rappresentata nel 1801 e fu composta dal principe napoletano Michele Enrico Francesco Vincenzo Aloisio Paolo Carafa de Colobrano, il quale fu anche tra i primi a comporre e rappresentare operette in Francia; che il musicista comunemente chiamato Franz von Suppé e definito austriaco, in effetti si chiamava Francesco Ezechiele Ermenegildo de Suppé Demelli, era italiano e nipote di Gaetano Donizetti e che quando giunse a Vienna non conosceva neppure una parola di tedesco; che Johann Strauss figlio si sentiva grande - come egli stesso scrisse - quando scattava in lui il «fattore italianizzante» e dedicò il suo valzer più bello - «Rose del Sud» - al Re d'Italia Umberto I; che la prima operetta in Ungheria venne composta 100 anni prima della «Vedova allegra» da un giovane musicista normalmente conosciuto come Alois Anton Polzelli, nato e morto in Ungheria, ma registrato con i nomi di Luigi Antonio Nicolò Polzelli e figlio dei cantanti Luigia Moreschi e Antonio Polzelli, entrambi napoletani e assunti dai principi Esterhàzy; che il più grande compositore brasiliano Antonio Carlos Gomes, l'autore di «Guarany» e di «Lo schiavo», studiò a Milano e musicò anche un'operetta su testo in dialetto meneghino: «Se sa minga», che ebbe la sua prima rappresentazione nel 1867 a Milano».

Si scoprono pure curiosità disorientanti; ad esempio, Mario Gaudiosi, musicista napoletano di grande talento, al punto da collaborare con Leo Fall nella composizione dell'operetta «Die Strassemsängerin», ossia «La cantatrice di strada», mise in musica... «La marcia su Roma» e persino il Mein Kampf» di Hitler.
Il libro consente si scoprire una ricchezza insospettabile per numero e qualità di compositori, librettisti, interpreti dell'operetta italiana, che varcò ampiamente i confini nazionali; riporta alla luce aneddoti sconosciuti e gustosissimi; fa conoscere un numero incredibile di personaggi di grande statura.
«Questo lavoro», continua l'autore, «rimuove pregiudizi ed equivoci, chiarisce se vi sia differenza tra melodramma e piccola lirica e spiega anche quando ci si trovi davvero in presenza di operetta. Ed ancora rivaluta appieno l'operetta italiana, sino ad ora, se non assolutamente sconosciuta, quanto meno largamente sottovalutata rispetto ad analoghe composizioni d'altra scuola; un'operetta - quella italiana - che fu soprattutto espressione della più genuina anima popolare e non si pose mai - come quella di altre scuole - l'obiettivo di essere l'operetta della «bell'époque», perché quella che viene ancor oggi così definita deve essere piuttosto considerata l'epoca dell'incoscienza e dell'irresponsabilità, perché prendeva origini da una rivoluzione e si avviava spensieratamente ed inesorabilmente verso un'altra rivoluzione non meno epocale».

10/04/2006 8.58