Intervista alla voce di Eastwood, Redford e Landau

Alessandro Biancardi

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PESCARA. Lo storico pescarese Gerardo Di Cola ci ha svelato i segreti sul doppiaggio italiano. Il famoso doppiatore Michele Kalamera risponde a qualche domanda di PrimaDaNoi.it

PESCARA. Lo storico pescarese Gerardo Di Cola ci ha svelato i segreti sul doppiaggio italiano. Il famoso doppiatore Michele Kalamera risponde a qualche domanda di
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Quella del doppiatore è una voce che rimane sempre nell'ombra, pochi si soffermano a leggere, nei titoli di coda, il nome di queste importanti figure professionali ed è spesso difficile sapere che faccia hanno.
Il doppiatore è, in realtà, l'anima dei grandi divi del cinema straniero eppure non sempre hanno ricevuto i giusti riconoscimenti che meritano.
Quello che avvenuto venerdì pomeriggio all'ex tribunale di Pescara, oggi “Mediamuseum”, può ritenersi un incontro fondamentale volto al recupero e al rilancio del doppiatore che, con la sua voce, ha contribuito a rendere il cinema ancora più emozionante.
Protagonisti della giornata sono stati lo storico del cinema Gerardo Di Cola e il doppiatore italiano Michele Kalamera.
Tra il pubblico critici cinematografici, docenti, studenti universitari e semplici appassionati di cinema.
Ad aprire il dibattito lo studioso pescarese Di Cola il quale ha regalato al pubblico rivelazioni molto interessanti.
«Il primo stabilimento di doppiaggio fu realizzato a Roma nel 1931. Negli anni successivi se ne aggiunsero altri cinque e questo numero rimase inalterato per circa un trentennio. Ho iniziato ad occuparmi di storia del doppiaggio alla fine degli anni '90 – ha continuato Di Cola – e, prima dall'ora, mai nessuno si era dedicato a simili studi. Chiesi ad alcuni critici cinematografici il motivo di questo silenzio nei confronti del doppiaggio, fenomeno ignorato perchè in realtà solo in pochissimi sapevano dell'esistenza del ruolo del doppiatore nel mondo del cinema. Il doppiaggio – ha affermato lo storico pescarese – da sempre è stato considerato il tabù del cinema italiano. Molti, infatti, sapevano dell'esistenza di doppiatori per i film americani, ma nessuno, sospettava che anche gli attori italiani, in più occasioni, venissero doppiati. Il motivo di tanto silenzio – ha continuato Di Cola – era legato ad un compromesso tra attori e doppiatori; i primi non lo svelavano per questioni d'immagine, i secondi invece, evitavano di dire di essere doppiatori per non perdere il lavoro. La scelta di far intervenire una voce sostitutiva era legata a problemi di dizione o alla necessità di parlare un perfetto italiano, aspetti che spesso non si presentavano soddisfacenti con la voce originale. Ecco perché – ha concluso lo storico del cinema – non esistono documenti scritti che raccontanodel doppiaggio italiano a parte pochi ritagli di giornale».
Il lavoro dello studioso pescarese, quindi, rappresenta un'importante ricerca nel mondo del cinema che più volte ha mostrato lati oscuri.
Il pomeriggio è poi proseguito con la proiezione di filmati elaborati da Di Cola in cui si sono potuti ascoltare spezzoni di film con doppiaggi incredibili: un Gassman con la voce di Alberto Sordi, Totò e la Magnani con quelle di doppiatori senza cadenze dialettali. L'intervento conclusivo è stato quello del doppiatore Michele Kalamera che ha dato la voce ai più grandi divi del cinema americano come Clint Eastwood.

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PrimaDaNoi.it è riuscito a fargli qualche domanda.

Con il lavoro di doppiaggio quanto si riesce a migliorare l'interpretazione di un attore?
«Con gli attori bravi è difficile migliorare l'interpretazione, soprattutto quando si parla del grande cinema americano. In quei casi al doppiatore spetta solo seguire le performance degli originali. Quando, invece, si tratta di personalità poco preparate (mi è capitato ad esempio con le interpretazioni di Fabio Testi e Giuliano Gemma) il doppiaggio è riuscito a fare miracoli. Spesso accade però, che quando la qualità dell'interpretazione è molto bassa, un doppiaggio esemplare rende ancora meno credibile il prodotto cinematografico perché si scontra con la pessima qualità degli attori. Oggi le serie televisive -parlo di quelle italiane o dell'America Latina- hanno una qualità talmente scadente che lo stesso doppiatore deve abbassare la qualità della sua voce. Il fondo però lo abbiamo toccato con la televisione italiana dagli anni '60 agli anni '80 mentre, il ventennio fascista, ha rappresentato il periodo più interessante per quanto riguarda il doppiaggio sia italiano che americano».

Il doppiaggio, un limite o un contributo alla fruibilità del film?
«Il fenomeno negli ultimi anni è in aumento. In India ad esempio gli stabilimenti di doppiaggio nascono come funghi, infatti, quest'intervento sui prodotti cinematografici ha triplicato il pubblico nelle sale. Il doppiaggio è una traduzione. Oggi come potremmo conoscere le grandi opere della letteratura straniera se non avessimo la possibilità di avere le versioni tradotte di questi capolavori? Da cinefilo posso affermare che, in più occasioni, ho preferito vedere un film in lingua originale, soprattutto se poi dovevo dare la mia voce ad uno dei protagonisti ma da semplice spettatore credo che il doppiaggio sia riuscito a far apprezzare meglio i grandi capolavori del cinema. Ciò non toglie che i migliori doppiatori rimangono quelli italiani!»

Si è mai emozionato nel dare voce ad un attore?
«Si! Più di una volta! Capita spesso, soprattutto quando bisogna dare la voce a scene drammatiche o d'amore ma questo è un bene perché il risultato è superiore. Ciò non significa che se non mi emoziono il lavoro non viene come dovrebbe. In quel caso, infatti, bisogna affidarsi alla tecnica».

Il doppiaggio quindi, può essere considerata una forma d'arte?
«Oggi la parola arte è inflazionatissima e non credo che il doppiaggio possa essere definito tale. Si può parlare di buon artigianato, di buon lavoro tecnico ma non di arte. Ci sono stati dei lavori artistici ma da quando ci sono le sale di doppiaggio solo dieci prodotti cinematografici hanno raggiunto un apprezzamento simile».

Ivan D'Alberto 20/03/2006 9.43
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