Quando c'è poco reality e troppo show. E se fosse in realtà un "truccality"?

Alessandro Biancardi

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«E se fosse tutto programmato, tutto finto?».
Quante volte lo spettatore medio di un reality show, italiano e non, si sarà posto questa domanda? Flirt, dialoghi, litigate… «se fosse tutto ben diretto da una sapiente regia televisiva?».
Negli States è scoppiata una vera e propria polemica (e in Italia? Leggi cosa ne pensano sul
forum di Corriere.it) dopo le indagini del popolarissimo e idolatrato “Times”, con tanto di confessioni di produttori e mezze ammissioni degli stessi protagonisti.
La cosa, col senno di poi, appare più che logica ai nostri occhi, pensando all'enorme macchina mediatica ed economica che sta dietro un singolo reality show: uomini, mezzi, ore del palinsesto, programmi correlati (basti pensare ai vari “Mai dire…” italiani), occasioni di pubblicazioni su altri media (suonerie, blog, forum, giornali cartacei…) è ovvio pensare che nessun direttore o proprietario di rete metta a disposizione somme così ingenti di mezzi e uomini per un qualcosa di così arbitrario e legato ai sentimenti umani, per di più persone che non erano abituate alle telecamere.
Ed ecco che nasce una sorta di decalogo (anche se composto di soli cinque punti) per il buon reality;
le regole da seguire (pubblicate sempre dal

“Time”on line
) per assicurarsi allo stesso tempo successo ed avere una copertura dagli eventuali strafalcioni emotivi e comportamentali dei nuovi divi dei reality:

1. Frankenbiting: è la tecnica che serve a tagliare e cucire clip da scene diverse, per mettere in bocca ai partecipanti le parole esatte scelte dal network.
2. Set finti: In The Apprentice, secondo alcuni insider, l'ufficio di Donald Trump è in realtà un set costruito apposta per la tv. Mentre «l'appartamento» in cui vivono i partecipanti è un set costruito sulla Trump Tower.
3. Montaggio Fuorviante: Filmare un partecipante solo quando ha l'aria annoiata, infelice o triste è uno stratagemma preventivo che serve, più tardi, a ritrarre il personaggio come geloso, arrabbiato o impopolare. Basta inserire i clip – girati in giorni e situazioni diverse - nella scena giusta.
4. L'intervista: I networks usano «confessionali botta e risposta» quando un dato evento non fornisce loro abbastanza pathos. Anche queste scene vengono poi tagliate e cucite a piacimento dal network.
5. Stradoppiaggio: Nell'hit della Fox's Joe Millionaire, i produttori hanno aggiunto suoni, frasi pre-registrate e fruscii per suggerire un rapporto sessuale mai avvenuto tra i due partecipanti.

Leggendo questo “dictat” possono subito venire in mente i paragoni con casa nostra e pensare ad eventuali “programmazioni” dei reality made in Italy.
Che dire della discussione scatenata da una mezza frase che è sembrata buttata lì di Platinette sul probabile
"transessuale" nella casa del Gf6?
La serie (l'ennesima) non sembrava brillare per superascolti; dopo gli indovinelli sulla presunta sessualità ambigua di una concorrente invece…
Oppure basti pensare alla prima edizione del Grande Fratello quando dopo le primissime puntate, alcuni (tele)giornali parlarono di “noia e fallimento" di una formula del genere applicata al nostro paese e alla sua concezione del piccolo schermo: guarda caso la sera successiva, a tempo di record, Taricone accelera la sua “conoscenza” con Cristina dando così un decisivo input esplosivo al piattume delle prime puntate. Ovviamente questa proposta è solo un'ipotesi basata su un primo collegamento dictat-reality che attende conferma, forse invano, dallo star system italiano, ma che fa ben capire come a volte l'ingenuità e la fiducia con cui guardiamo la tv dovrebbero lasciare spazio ad una più furba e scaltra interpretazione del video.

Ernesto Valerio 13/02/2006 8.29