Il pm "terribile" sale sul palco per beneficenza

Alessandro Biancardi

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L'INTERVISTA. PESCARA. Da una parte la toga, dall’altra la chitarra dalla quale non si separa mai. Iniziata per gioco l’avventura musicale del pubblico ministero Gennaro Varone ora diventa una cosa “seria”. (foto:Annalisa Marchionna).

Una serata tra amici, riflessioni e musica per un nobile fine. Dopo il debutto a Roseto qualche settimana fa il gruppo “le storie infinite” sbarca a Pescara all’auditorium Flaiano, sabato 5 febbraio alle ore 21. Sono 500 i posti a sedere e i 10 euro dell’ingresso serviranno ad acquistare un macchinario per il reparto di oncologia dell’ospedale civile di Pescara. Sul palco ci sarà la cantante jazz Alessia Martegiani alla voce, il professor Giuseppe Renzetti al basso, il giudice Gennaro Varone alla chitarra e voce e sua figlia Michela alle tastiere, il giornalista Fabrizio Santamaita alla batteria.
Non sarà un concerto nel senso classico del termine ma un evento con un tema ben preciso: la libertà in tutte le sue sfaccettature. Il giornalista Luca Maggitti presenterà la serata e farà da 'agente provocatore'. Quindi non solo musica ma anche parole. Il gruppo eseguirà una quindicina di cover da Edoardo Bennato a Luca Barbarossa, dagli America ai Police, da Bob Dylan a James Taylor, da Max Gazzè a De Andrè. Così il magistrato che fa tremare i politici con le sue inchieste sul palco mostra l’altra parte di sé.

Senza prendersi troppo sul serio abbiamo rivolto qualche domanda al pm Varone per capire e conoscere qualcosa di più dell’iniziativa e della persona e non sono mancate sorprese.

Con questo 'concerto' e con la performance di qualche mese fa a Roseto non ha timore di essere accusato di esibizionismo, critica spesso rivolta ai magistrati che fanno parlare con le loro inchieste?

 «Non ho timore. Ho messo in conto, certamente, di poter essere accusato di protagonismo, ma soltanto da chi cerca un pretesto per ferirmi. Tuttavia, del giudizio di costoro non mi preoccupo. Applico a me stesso il detto: “male non fare e paura non avere”».

Dopo il concerto di Roseto 'Il Centro' scrisse «Varone è rock, D'Alfonso è lento. Anche gli arresti sono rock, e la politica è lenta». Era una presa in giro, secondo lei? Un arresto lo considera rock?

«Io non mi sono sentito preso in giro e non credo fosse questa l‘intenzione del giornalista. E no: non considero rock un arresto, né lenta la politica. Ritengo, questo sì, di avere sempre fatto la mia parte sino in fondo e di aver vissuto sempre a testa alta: da ultimo, anche nella mia passione per la musica, che considero un’altissima forma di espressione dell’anima».

Secondo lei ha più fans come musicista o come magistrato?

«Credo che vi siano molte persone che apprezzano il modo in cui interpreto la professione. Ma si tratta di stima, di cui non posso che essere grato; non di forme di adulazione. Come musicista non penso proprio di avere ammiratori».

 

Il vostro gruppo si chiama 'Le storie infinite': ha preso spunto dai tempi biblici dei processi italiani?

«Spiritosa!»

Che canzone dedicherebbe a quegli amministratori pubblici spesso 'protagonisti' delle sue inchieste?

«'Le mani' di Eduardo De Crescenzo. Ma la dedicherei anche ai magistrati ed, innanzitutto, a me. Le mani vanno usate, ma devono sempre, a sera, tornare pulite».

E che canzone dedicherebbe al suo capo, il procuratore Nicola Trifuoggi?

«Avrò ‘nostalgia’ del periodo lavorativo con lui, professionalmente ed umanamente. E mi piace credere che anche lui ne avrà di me. Ma non credo ci perderemo di vista. Simpaticamente parlando gli dedicherei 'Generale' di De Gregori».

E a Nicola Zupo da poco trasferito a Ravenna ma collega di lavoro nelle inchieste più dirompenti?


«E' uno splendido investigatore ed un uomo di Stato come pochi. Sempre simpaticamente a lui dedicherei 'Minchia signor tenente' di Giorgio Faletti».

Una 'stecca', un errore nel suonare può anche starci, non è un professionista. Ma dicono che nel suo lavoro lei sia sempre molto sicuro di quello che fa e pensa di avere sempre ragione...E' vero?

«Sono sempre convinto delle mie idee, che derivano da una incessante elaborazione intellettuale e da un lavoro di squadra. Chi mi conosce sa che i miei convincimenti fondano sempre su dati di fatto e che sono pronto a cambiarli, se nuove conoscenze aprono nuove prospettive di pensiero».

 

Mai sbagliato? Proprio mai?

«Credo di non avere mai commesso errori irreparabili».

Con l'inchiesta Ciclone ha mandato a casa il governo cittadino di Montesilvano. Con l'arresto di D'Alfonso l'amministrazione pescarese. Con i rifiuti ha fatto saltare due assessori regionali, Stati e Venturoni. Si sente un “sovvertitore delle volontà popolari”?

«Mi sento un magistrato che vive il suo mandato in aderenza allo spirito della Costituzione: al pubblico ministero spetta il controllo di legalità penale; e l’ufficio cui mi onoro di appartenere lo ha sempre esercitato coniugando necessità ed umanità».

Secondo lei i giudici sono 'antropologicamente diversi', per citare il premier?

«E’ una battuta poco elegante. E’ vero che, svolgendo un lavoro direttivo e di responsabilità si può essere portati a credersi ‘potenti’. Restare umili ed attenti agli altri, anche quando si esercita un ruolo preminente, è parte del talento umano dell’individuo».

E' una toga rossa? Ha mai perseguitato qualcuno?

«La mia toga è nera ed ha ancora i cordoni d’argento».

Vota a sinistra?

«Ho le mie idee politiche, sì: e sarebbe strano - anzi, preoccupante - se un uomo di 46 anni, il quale svolge una professione altamente intellettuale, non ne avesse. Le mie convinzioni non hanno, tuttavia, mai influenzato il mio giudizio professionale: come -credo- comprovano le molteplici inchieste di cui sono stato titolare. Sono un ammiratore della Resistenza italiana e considero la nostra Costituzione splendida, poetica e sacra».

Dalla sua esperienza abbiamo capito che è favorevole ai giudici musicisti. E dei giudici che poi scelgono di intraprendere la carriera politica che pensa?

«Sono favorevole all’intellettualità ed alla creatività dell’uomo. Dunque, favorevole, assolutamente, che i giudici possano manifestare il loro talento anche in altri settori dell’operosità umana».

Pensa che i giudici possano fare politica facendo i giudici?

«Credo che possa succedere, ma credo che accada assai di rado. E’ più facile trovarsi di fronte ad un giudice demotivato».

Si è mai sentito attaccato per le sue inchieste?

«Sì, senza lasciarmi condizionare».

Perché ha scelto questa strada lavorativa? Come musicista non è da buttare, magari era una alternativa...

«Perché desideravo lavorare per la collettività. Quanto alla musica, ci sono molti miei colleghi scrittori. Esclude che io possa comporre delle canzoni gradevoli?»

La sua prima grande inchiesta?

«Il mio primo fascicolo processuale. La mia ultima grande inchiesta? Il mio ultimo fascicolo processuale…»

Cosa pensa dell'Italia di oggi?

«Che è un Paese in cui è difficile essere uomini liberi».

Ai suoi figli consiglierebbe di andare all'estero?

«Consiglio di acquisire competenze per una professione che possano esercitare anche all’estero. Io, a suo tempo, non ho avuto questa lungimiranza».

Alessandra Lotti  17/01/2011 9.36