Paul Newman a PrimaDaNoi.it: il cinema, i motori, la beneficenza

Alessandro Biancardi

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Paul Newman a PrimaDaNoi.it: il cinema, i motori, la beneficenza

 



NEW YORK. Si correva il GP del Messico, ultima tappa del campionato Champ car che aveva richiamato sugli spalti dell'autodromo “Hermanos Rodriguez” di
Citta' del Messico, oltre 190 mila spettatori.
Avevamo deciso di intervistare, alla fine della stagione agonistica Paul Newman, attore, pilota, patron di due squadre pronto a portarle a tre nel 2007,e questa
era una buona occasione.
Paul, che conosciamo da tempo, ha preferito chiacchierare consumando un minuscolo “launch” fatto di frutta e verdura, nella sua“hospitality”, mentre fuori l'atmosfera infuocava tra merenghe, mambo e salsa.
Paul Newman: un nome, una leggenda. Miscela esplosiva di estro e calcolo, impulsività e scetticismo, malgrado le sue 82 primavere suonate.
Paul Leonard Newman e' rimasto il solito personaggio che parla di tutto e di tutti, ma non di Paul Newman, benefattore sino all'incredibile.
Emotivo, nascose una lacrima quando il suo pilota Sebastian Bourdais, campione della serie ad Elkart Lake, dopo aver dato tutto se stesso, conquistava anzitempo, il terzo titolo della categoria.




 «Il suono che più mi affascina», dice Newman, «è quello di un motore V8 che ho cominciato ad amare all'eta' di 47 anni, quando recitai nel film “Winning”, che mi aprì la porta del mondo delle corse».
«Debbo molto a Mario(Andretti) per avermi “battezzato” con un paio di giri al fulmicotone e per avermi suggerito tanti “trucchi” di guida».
Va detto che nel 1972 l'attore aprì la prima pagina del suo palmares, nel quale inserì una delle sue grandi prestazioni: la 24 ore di Daytona (1995), all'eta'di 70 anni.
Paul, quante corse hai sostenuto sino ad oggi?
«Qualcosa come 350, ma io, come sai, cominciai tardi a guidare».

UNA MAREA DI OSCAR E “NOMINATIONS”

Questo divo della celluloide, passa instancabilmente da un set all'altro, in veste di attore o di regista, è nato il 26 gennaio a Shoker Heights nello stato dell'Ohio, da padre tedesco ebreo e madre cattolica. Newman che per nove anni fu candidato all'Oscar, non si considera un grande atleta, si definisce una schiappa con gli sci ed un pivellino che inciampa ballando con Joanne, la fedele
consorte di oltre 50 anni.




 Soddisfatto di quanto ti ha dato la vita?
«Non posso lamentarmi, ma debbo ammettere che sono andato incontro a molte delusioni artistiche».

Quanti film non avresti voluto firmare?
«Certi film che meritavano di finire nel cestino» (Newman ricorda con una certa amarezza “Il calice d'argento” n.d.r.), «comunque posso dire di aver trascorso una vita piena di soddisfazioni e pertanto mi dichiaro fortunato poiché dalla vita ho imparato tanto, sopratutto a voler bene ai bambini handicappati».

L'uomo che nel 1990 fu prescelto tra i 50 “beautiful man”-gli uomini più belli- non si ferma mai di raccogliere ed elargire alle sue istituzioni “Hole in the Wall” (Il buco nel muro) che accolgono fanciulli colpiti da mali inguaribili o toccati dalla droga, e le offerte piovono copiose per aggiungersi alle centinaia di milioni che l'attore e la consorte elargiscono per l'organizzazione.
Ma quanti sono questi “campi” sparsi in quasi tutto il mondo?
«Abbiamo cinque campi negli Stati Uniti, cinque in Europa, uno in Africa. Nello scorso anno abbiamo assistito 11mila ragazzi. Anche in Italia si lavora per aprire un “Camp” a Limestre (Pistoia) diretto dalla signora Serena Porcari della Fondazione Dynamo di
Milano. Ogni campo ha una sua “personalità”, le sue costruzioni, architetture, facilitazioni, ma il programma sostanzialmente e' lo stesso dappertutto, i ragazzi vengono aiutati allo stesso modo ed
il risultato terapeutico e' eguale per tutti».




Ed il personale direttivo come viene scelto?
«Il 40% dei responsabili del campo proviene dalla massa dei volontari che hanno prestato la loro opera negli anni passati. Una specie di carriera militare, insomma».

Come e quando nacque l'idea della “Hole in the Wall”?
«Un giorno mi svegliai e dissi:”voglio creare una istituzione che aiuti i bambini bisognosi”. La Provvidenza mi aiutò, gli aiuti vennero copiosi, ed ancora oggi possiamo contare sull'appoggio di tanti contribuenti. Ultimo il concerto speciale offerto dall'italo
americano Tony Bennett (Antonio Benedetti) uno dei più noti cantanti dei tempi di Frank Sinatra. E prevedo che tra cinque anni il numero dei
“camps” aumenterà di un'altra diecina di unità in Europa e America».

E torniamo alle corse ed i motori. Qual è l'idolo di Paul Newman?
«Indubbiamente Mario (Andretti) è il superman. Ha guidato nel fango, sull'asfalto, nelle strade e negli ovali. Ha vinto sempre. Ha dimostrato la sua classe e le sue capacità tecniche e fisiche». 

C'e' qualcosa che avresti voluto fare nel passato e che, oggi, hai deciso di realizzare?
«Ho appena aperto un lussuoso ristorante a Westport, nello stato del Connecticut (residenza dell'attore) che chiamerò “The dressing room” (Il camerino degli attori). Con la cucina italiana, quella che preferisco».

Paul Newman è refrattario a concedere autografi. Come mai?
«Vedi le interviste e gli autografi hanno l'atmosfera da esame, sanno di gioco da salotto, un esercizio mondano, come esibizionismo, insipido, e poi se concedo due firme, alla fine finisco per apporne due mila»

Le corse sono più una passione o una missione?
«Passione e missione sono inscindibili».

Che cosa ti commuove di più?
«La sofferenza dei bambini»

Come consideri il cinema attuale?
«Purtroppo stiamo attraversando il periodo dei “sequel”. Siamo tornati, insomma, ai film settimanali con il seguito...alla prossima settimana».

Le tue ottanta primavere ti sgomentano?
«Fortunatamente ancora no».

Lino Manocchia 21/11/2006 14.41