Festa del Cinema di Roma: tra lustri e proclami, i dubbi degli spettatori

Alessandro Biancardi

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  ROMA. PrimaDaNoi ha raccolto la testimonianza di appassionati di cinema e le loro posizioni sul dualismo Roma – Venezia, e più in generale su questo nuovo evento nella Capitale che tra le tante luci, vede ovviamente anche qualche ombra.      

 


ROMA. PrimaDaNoi ha raccolto la testimonianza di appassionati di cinema e le loro posizioni sul dualismo Roma – Venezia, e più in generale su questo nuovo evento nella Capitale che tra le tante luci, vede ovviamente anche qualche ombra.


 


 


 







LA FESTA ROMANA.

Cinema: la festa internazionale di Roma (www.romacinemafest.org). «Un grande festival in una grande città. Ma non solo un festival, piuttosto una festa, un grande evento per chi ama il cinema, per chi lo fa, per chi lo fa vedere e per chi lo racconta».
Si presenta così il grande evento cinematografico presente in questi giorni nella capitale (dallo scorso 13 ottobre fino al 21).
Centro e periferia trasportati su (trasformati in) un grande schermo, con locazioni nelle più disparate sale e luoghi della città eterna, da via Veneto a Piazza del Popolo, passando ovviamente per Cinecittà,
con inoltre altri interventi programmati in tutta la provincia romana e la
regione Lazio a fine manifestazione (il cuore della manifestazione sarà comunque l'Auditorium Parco della Musica).
Un evento che vuole essere punto di incontro e fusione tra la più alta qualità cinematografica internazionale e il forte spirito popolare tipico della settima arte: Roma può esserne lo specchio giusto, in quanti città di papi e imperatori, di politici e industriali, ma anche di artigiani, operai e impiegati quotidiani del lavoro.
Il preambolo di valide, e giustissime, premesse, lascia poi spazio alle finalità concrete dell'evento: oltre a quanto già scritto, sulla fusione di arte e popolo, la festa romana vuole mettere come protagonista principale di tutta la manifestazione le parti più visibili e concrete del carrozzone cinematografico: gli attori e il pubblico. Un contatto diretto tra i due, con sale di discussione e confronto: per l'appunto, più festa che festival, più quotidiana mondanità che non ricerca frenetica della critica. Anche per questo cinquanta persone, spettatori dell'evento, verranno presi e trasformati nei giurati ufficiali della Festa, sotto l'occhio vigile del presidente di giuria.

PARLA IL PUBBLICO.

E se proprio da questo pubblico partissero le prima segnalazioni di problemi?
Abbiamo raccolto la testimonianza di Nicola T., avvocato romano di origine abruzzese, che dopo il festival di Venezia, ha deciso di “giocare in casa” con la festa romana: ma anche dentro le sue mura, ha trovato lo spiacevole inconveniente presentatosi in Laguna, e riportato a suo tempo da PrimaDaNoi.it con una lettera aperta di due studenti accreditati: le difficoltà d'ingresso per buona parte dei “semplici appassionati”, la vera massa portante dell'industria cinematografica.
«A Roma sono state messe in piedi due feste del cinema», ci dice Nicola T., «la prima, piena di attrici, attori e registi di fama mondiale, imprescindibile specchietto per le allodole (pardon, richiamo per il pubblico), che vivrà insieme al business negli spazi esclusivi cui nessuno potrà aver accesso, dando ulteriore linfa al trito paradosso per cui più i vip sono segregati nel loro spazio esclusivo, più il pubblico si assiepa all'esterno per poter respirare anche inconsapevolmente aria di cinema… L'altra festa è invece quella degli accrediti, ossia di chi si occupa di cinema per diletto, per amore, o per scelta, e che a questa festa è stato ammesso o non ammesso solo per grazia ricevuta… non si capisce infatti come sia accaduto che gli accrediti siano stati concessi o negati senza la minima motivazione, senza rendere espliciti i requisiti per ottenerli, quindi per esercizio arbitrario di potere. Se a questa incomprensibilità si aggiunge la natura dispersiva dell'organizzazione di una festa che inevitabilmente si divide tra spazi del tutto separati tra loro, in questo la festa di Roma riesce ad avere un effetto ancora più escludente di Venezia, dove almeno i poveri cinefili erano stati ammessi tutti, con il loro misero pass verde, e frequentando i ristretti spazi del Lido finivano per imbattersi negli addetti ai lavori anche a dispetto di un'organizzazione che li voleva emarginare. Come la storia insegna spesso, il populismo e lo snobismo sono spesso due facce della stessa medaglia. Così a Roma, tra i vip sorridenti nelle loro lounge e davanti ai flash, e le masse paganti e festanti a riempire le sale, si è riusciti nell'intento di eliminare senza troppo clamore la middle class degli amanti del cinema».
Le parole di Nicola T. sottolineano inoltre un altro aspetto: l'Italia ha già
una sua grande Mostra del Cinema, giunta alla 63° edizione, nonostante una crescente mancanza di fondi e una concorrenza, locale ed internazionale, sempre crescente: Venezia. Quando si decise la manifestazione della capitale, programmandola per ottobre (poco più di un mese dopo l'evento veneto), le polemiche furono tante, con prese di posizione a difesa della tradizione o a sostegno di una concorrenza interna che poteva solo far bene al cinema e alle
modalità organizzative di eventi del nostro paese.
Resta il fatto che a differenza di altri paesi, con un evento di tale portata in una città fondamentale per gli assetti nazionali come Roma, Venezia rischia di essere tagliata fuori: non tanto per critici e addetti ai lavori di tutto il mondo, ma più per una questione economica e nazionale. Economica perché tanti interessi si sono mossi a favore di Roma, da quelli istituzionali a quelli privati, passando per singoli personaggi, ma anche e soprattutto per gli addetti ai lavori made in Italy: avendo loro sede per lo più nella capitale, hanno trovato in questa festa un ottimo cordone ombelicale per tenersi vicini al proprio territorio operativo.

IL DUALISMO ROMA – VENEZIA.

Sempre a tal proposito, PrimaDaNoi ha raccolto la testimonianza di uno studente milanese in economia dello spettacolo e della cultura, Pier Vittorio Mannucci, e di un appassionato abruzzese, Andrea C., entrambi presenti a Venezia lo scorso mese di settembre e ora con l'occhio rivolto alla manifestazione romana.
Queste le parole di Mannucci: «Non riesco a credere che, per una logica di puro campanilismo, il Comune di Roma e lo Stato italiano vogliano recar danno al più antico Festival d'Arte Cinematografica del mondo. Molti addetti ai lavori sono convinti che questa festa nazional popolare segnerà la fine di Venezia, già in difficoltà per demeriti propri. Purtroppo mi trovo d'accordo con questa affermazione. La Festa del Cinema, infatti, pur non avendo lo stesso pubblico e le stesse finalità del Festival lagunare, finirà per sottrarle, come già è accaduto quest'anno, i titoli di maggior richiamo. Questo determinerà una riduzione degli incassi del Festival che, oltre alla riduzione degli incassi dovuta alla perdita di pubblico, rischia di veder fuggire anche molti sponsor, attratti da una Festa più "commerciale" e in grado di garantire loro una visibilità e un bacino d'utenza maggiori. Il governo, sia quello precedente che quello in carica, hanno accolto la notizia con indifferenza, quasi compiaciuti, senza rendersi conto che stiamo rischiando di perdere uno dei più grandi patrimoni culturali del nostro paese, in grado di coniugare il cinema d'autore con il cinema commerciale e il lancio di giovani promesse con la presentazione degli ultimi successi dei grandi del cinema mondiale. Il “romanocentrismo” che pervade il cinema italiano rischia, in questo caso, di rovinarne uno dei più celebri monumenti.
Tutto questo rischia di essere rimpiazzato da una Festa che attirerà sì nomi e titoli di richiamo, ma che non potrà avere, per la sua stessa natura nazionalpopolare, quella capacità di innovare che caratterizza da sempre il Festival di Venezia».

Parole confermate anche da Andrea C. che vede nell'evento romano un «modo sbagliato di concepire la concorrenza: avrebbero potuto ad esempio tematizzare Roma, con un grande festival di cinema d'animazione o di cortometraggi, o ancora maglio, di puro cinema italiano, puntando sulle proiezioni dei restauri dei nostri grandi registi del passato e sulle nuove pellicole in anteprima. Questo garantirebbe, anzi avrebbe garantito oramai, l'immortalità della Mostra di Venezia, che vedrebbe confermato il suo ruolo di faro del cinema mondiale, e avrebbe dato valore a Roma con un settore ben specifico, che avrebbe forse richiamato meno masse ma certamente più specialisti e/o interessati».

Queste testimonianze non vogliono essere certamente una condanna monodirezionale alla festa di Roma, ma vogliono invece stimolare il confronto su un dualismo forse inutile e che con un po' più di accortezza, avrebbe evitato polemiche e problemi di varia natura: perché farla solo un mese dopo Venezia, ad esempio, e non nella bellissima primavera romana?
Queste ed altre domande, come quelle uscite fuori dalle testimonianze raccolte, potrebbero magari aiutare una più attenta programmazione e garantire la sopravvivenza decorosa del “vecchio”, senza per questo togliere spazio vitale al “nuovo”.

Ernesto Valerio 19/10/2006 16.37