Al cinema "Il gioco più bello del mondo": il calcio quello vero

Alessandro Biancardi

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E’ appena uscito al cinema una “4-4-2, il gioco più bello del mondo”, pellicola italiana romantica e ironica sul mondo del pallone, quello marginale lontano dai riflettori; quattro registi esordienti ci raccontano un calcio diverso dalla stretta attualità, quello che ha cresciuto e appassionato generazioni di sportivi italiani.

E' appena uscito al cinema una “4-4-2, il gioco più bello del mondo”, pellicola italiana romantica e ironica sul mondo del pallone, quello marginale lontano dai riflettori; quattro registi esordienti ci raccontano un calcio diverso dalla stretta attualità, quello che ha cresciuto e appassionato generazioni di sportivi italiani.




4-4-2, schema vincente per il calcio, “sacchiano” o più moderno, o sintesi di vita di una pellicola? È nelle sale, per l'appunto, “4-4-2, Il gioco più bello del mondo”, pellicola italiana realizzata da quattro registi (esordienti: Roan Johnson, Michele Carrillo, Claudio Capellini, Francesco Lagi), con quattro storie diverse: le prime due parti dello schema. E il “2”? Sono i registi affermati, Virzì e Francesco Bruni, che con ruoli di supervisori e produttori, fungono da capitani della formazione.
Il film è dunque strutturato in quattro storie, separate come intreccio narrativo, ma legate da un unico filo rosso: quello del calcio. In un periodo così difficile per il calcio, la pellicola può essere la buona occasione per chi è innamorato del pallone, di trovare nuova linfa e sentimenti verso uno sport così disastrato nell'etica e nell'immagine (“Dobbiamo ricordarci che il calcio è del talento dei giocatori e della passione dei tifosi, non di questi personaggi che con prosopopea insopportabile parlano di tutto. Sono uno juventino triste che ora tifa per il Livorno” ha dichiarato a tal proposito Virzì
in una recente intervista).

Quattro storie: “Meglio di Maradona”, in cui si narra del classico talento partenopeo, tutto genio e sregolatezza, per la regia di Michele Camillo; “La donna del mister”, diretto da Claudio Capellini, in cui viene fatta luce sul mondo del calcio femminile, con uno sfondo di sentimentalismo e amore (la trascurata compagna dell'allenatore); “Balondor”, di Francesco Lagi, dove troviamo un ex calciatore, come se ne vedono tanti anche nella realtà, diventano cacciatore di talenti africani, da inserire poi a suon di euro nel mondo del “pallone che conta”; e infine “Il terzo portiere”, con un ottimo Valerio Mastrandrea - diretto da Roan Johnson, dove l'estremo difensore (terzo nella graduatoria di preferenza del mister, il cosiddetto “l'escluso per eccelleza”), vicino oramai all'età calcisticamente pensionabile, si trova vicino ad un losco affare…
Questi “romanzi visivi” narrano di un calcio marginale, lontano dai grandi riflettori, con quel gusto disilluso e romantico che hanno gli amanti veri di questo sport, che l'hanno giocato nei campetti di periferia, sulle strade schivando le automobili parcheggiate e nelle squadrette locali, come Mastrandrea, «per chi ha vissuto il calcio come me, come una seconda pelle, non è stata una sorpresa. Ero già disilluso da tempo, quindici anni, e di quello che è successo non mi sono stupito particolarmente»: piena critica e contrasto con la strettissima attualità italiana del pallone.
«Il calcio è soprattutto gioia» sentenzia Virzì nella stessa intervista; e infatti tratti portanti di tutte e quattro le storie sono una quasi totale assenza di cinismo («alla fine facciamo vincere l'innocenza in uno sport vituperato dai soldi. Mi sembra un bel pensiero» sottolinea Johnson) e una sottile, ma non per questo impercettibile, ironia di fondo.
«In fondo, dentro ogni giocatore c'é anche sempre un bambino innocente che ama veder rotolare il suo pallone»: ed è forse questo il modo migliore di rendere omaggio allo sport che più di tutti ha cresciuto generazioni di italiani e che trova soddisfazione e vita in questa pellicola, dal sapore romantico e datato, ma quanto mai necessario in questi giorni.

Ernesto Valerio 22/05/2006 9.17