Un vortice di suoni, parole e idee: il concerto di Jovanotti 2005

Alessandro Biancardi

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Jovanotti, in concerto.
L'ho saputo un po' di tempo fa e così, senza neanche troppo entusiasmo, ho deciso di andare. Diciamola tutta, ciò che mi ha convinto era la possibilità di andare senza pagare il biglietto.
Il concerto era di sabato, un modo diverso di trascorrere la serata, anche se non sono proprio una fan di Lorenzo Cherubini.
Così sono andata, insieme ad alcuni amici.
Sono uscita dal concerto entusiasta. Divertita, contenta, allegra, vivace, emozionata.
Le luci, i colori, i suoni, le parole, l'atmosfera che si respirava. Tutto mi ha entusiasmato.
Jovanotti ha mostrato una carica e un'energia che immaginavo, avevo sentito dire. Ma che mi ha sorpresa, positivamente meravigliata.
Il concerto è iniziato con l'esibizione di un gruppo d'apertura, i Cor Veleno. Parolieri al ritmo di rap che hanno cercato di scaldare, riuscendoci, l'atmosfera. Alle 20.50 – dieci minuti prima dell'inizio ufficiale – loro sono andati via, e la gente ha iniziato a chiamare Lorenzo.
L'artista è salito sul palco soltanto intorno alle 21.20. Ma in quel lasso di tempo nessuno sembra essersi annoiato.
In audio sono state diffuse alcune parole, frasi, scorci di discorsi, racconti. Inizialmente nessuno capiva, poi tutti hanno iniziato ad indovinare.
“2001, Odissea nello spazio”, “La vita è bella”, “Il postino”, “La dolce vita”, “Forrest Gump”, “ET”, “Hannibal”.
Le voci, i mormorii e le esclamazioni di tutti quelli che hanno fatto la storia del cinema italiano e internazionale sono rimbalzate all'interno del palazzetto. Spezzoni di film che hanno contato qualcosa, perché hanno raccontato, evidentemente, cose importanti.
Un inizio originale per un concerto di musica, che spazia dal pop al rap.



Lì mi è venuto in mente quanto le parole valgano per Jovanotti, e per la sua musica.
Durante il concerto ogni canzone è stata concatenata a quella precedente senza pause. A parte il consueto saluto al popolo d'Abruzzo, Jovanotti non ha detto molto. Perché lui le parole le canta.
Un modo particolare di cantare, forse piuttosto cantilenato, a volte probabilmente anche stonato.
Ma efficace.
Ancora più efficace perché a dare più tono alle parole sono stati tanti altri elementi. La musica, i colori, le trasformazioni del suo abbigliamento e della scenografia e, soprattutto, il movimento dell'artista. Non è stato fermo un attimo.
E' riuscito a trascinare sul palco anche lo spettatore dell'ultima fila. E riuscito a far apparire sul suo volto ogni singola sensazione che i suoi testi gli dettavano. E' riuscito ad emozionare quando lui si emozionava, a divertire quando lui si divertiva, a far riflettere quando lui rifletteva.
C'è riuscito con i suoi fan, quelli che alla fine del concerto sono saliti sul palco per dirgli: «Stai avanti, amico».
C'è riuscito con le coppie che inizialmente rimanevano lì ferme e abbracciate, e che al ritmo di Penso Positivo hanno iniziato a saltare e urlare.
C'è riuscito con i bambini presenti, che hanno costretto i genitori a tenerli sulle spalle per tutta la durata del concerto.
C'è riuscito con chi, come me, era andato lì senza troppo entusiasmo.
C'è riuscito con un gruppo di ragazzi down, che dapprima hanno saltato, poi hanno teneramente ballato tra di loro, e infine si sono seduti a terra stremati, ma con la gioia negli occhi.
C'è riuscito. Con il suo cappello calato sul viso, quasi a voler nascondersi il volto. Ma che spesso girava indietro (come ai tempi di Gimme five), proprio per farli vedere quegli occhi, vispi e vogliosi di esprimersi.
Quello di ieri era il suo ultimo concerto di questo tour.
Fortunato chi c'è stato, e fortunato lui. Che lo ha scritto in una canzone e sa di esserlo.

Daniela Di Cecco 06/12/2005 9.02