Mario Fratti, un aquilano a Broadway

Alessandro Biancardi

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NEW YORK. Sono sempre più vasti i consensi per le sue opere teatrali rappresentate in tutto il mondo. E nella sua città?



NEW YORK. Sono sempre più vasti i consensi per le sue opere teatrali rappresentate in tutto il mondo. E nella sua città?

di Goffredo Palmerini *

E' da poco rientrato in America. E' stato in Cina, in agosto e settembre, dove ha tenuto una serie d'incontri culturali, tra i quali spicca una dotta conversazione alla FOREIGN STUDIES UNIVERSITY di Pechino sull'odierno teatro americano. Mi confidava qualche giorno fa, mentre intesseva il racconto di questa sua seconda esperienza in terra cinese, che il mondo accademico cinese gli ha rivolto cortesi ma insistenti avances perché assumesse una docenza nelle loro università.
Solo con la puntigliosa dimostrazione dei pressanti suoi impegni è riuscito a sottrarsi al pedante accerchiamento. Negli ultimi mesi Mario Fratti ha potuto registrare altre calorose accoglienze alle sue opere teatrali.
Il drammaturgo aquilano, che da quasi quarant'anni vive a New York, vede allungarsi notevolmente l'elenco delle produzioni. Di recente in Giappone, Sud Corea e Ungheria è stato rappresentato il suo musical famoso Nine. La tragedia Blindness (Cecità), dato in prima a Roma quest'anno a marzo, è andata poi in scena anche in Spagna, Svizzera, Giappone, Polonia, Gran Bretagna e Canada. L'opera, una cruda denuncia della guerra in Iraq, è stata definita da Harold Pinter, drammaturgo inglese appena insignito del premio Nobel per la letteratura, “tanto sintetica quanto eloquente!”. Six Passionate Women, versione non musicale di Nine, è stata da poco rappresentata in Bulgaria.

Insomma, pièces e plays di Mario Fratti sono finora tradotti in 20 lingue e portati in palcoscenico in più di 600 teatri sparsi in tutto il pianeta. Da anni ormai il successo lo rincorre. Circostanza assai singolare, in America, dove i riflettori sugli autori teatrali si accendono giusto il tempo della rappresentazione a Broadway d'una loro buona opera.
Poi l'interesse svanisce, talvolta per sempre. Ha quindi del sensazionale il successo che ininterrottamente, da decenni, hanno le opere di Fratti. Un destino che non è toccato neanche a
grandi autori americani come Tennessee Williams o Arthur Miller, riscoperti dopo la loro morte. Come pure a scrittori europei del calibro di Sartre, Anouilh, Brecht, Toller, Pirandello o De Filippo. Egli dunque è sicuramente, tra gli autori per il teatro viventi, uno dei più illustri al mondo.
Un italiano famoso, nell'olimpo del teatro, ma che tuttavia non perde un briciolo della sua schietta indole aquilana.
A Manhattan, dove vive dal primo giorno della sua emigrazione dall'Italia in una bella casa museo sulla 55^ Strada e a due passi da Broadway, è un punto obbligato di riferimento culturale. La sua rubrica settimanale sulle novità teatrali su Oggi 7 - magazine di America Oggi, giornale in lingua italiana che si pubblica a New York - è attesa sempre come un evento.
Per questa attività di critico segue almeno trecento spettacoli l'anno nei teatri della Grande Mela. Ma Fratti si schermisce, non si considera tale, perché alle stroncature preferisce invece incoraggiare le novità interessanti, visto che qualche recensione negativa del New York Times ha provocato in passato due suicidi, ed egli non vuole pesi del genere sulla coscienza!

Nato a L'Aquila il 5 luglio 1927, dopo la laurea alla Ca' Foscari a Venezia, Fratti avvia alla fine degli anni cinquanta una ricca produzione drammatica.
E' del 1959 il suo primo dramma “Il nastro”, vincitore del premio RAI. Non fu mai radiotrasmesso. Giudicato allora sovversivo, narra le confessioni sotto tortura di alcuni partigiani, poi fucilati dai fascisti. L'autore era arrivato trentenne a scrivere per il teatro, dopo giovanili esperienze poetiche. Anche un romanzo all'inizio della sua vita letteraria. Una lunga e cruda storia sui fatti dell'occupazione nazista, intessuta con il racconto della successiva conversione “democratica” di molti fascisti della sua città natale, riconoscibili dal loro nome, che diversi editori si guardarono bene dal pubblicare. Fu così che scelse di scrivere testi teatrali.

Fratti confessa: « …Il teatro mi ha insegnato a non essere letterario. Nei testi teatrali bisogna essere concisi e precisi. Niente retorica, niente letteratura. …».
Oggi la sua produzione raggiunge un'ottantina di opere. Negli Stati Uniti, sin dal suo arrivo dall'Aquila, nel 1963, lo accoglie con favore la critica. Il suo stile è perfettamente compatibile con l'indole americana, aliena dalle ridondanze, dalle metafore e dalle sfumature tipiche del teatro europeo. Lo aiuta per di più la completa padronanza della lingua inglese e la conoscenza profonda della letteratura americana. Subito insegna nella prestigiosa COLUMBIA UNIVERSITY e poi all' HUNTER COLLEGE, dove ha tenuto la docenza fino a qualche anno fa.

Legata al caso la circostanza che lo porta negli Stati Uniti. Nel 1962 presentò al Festival di Spoleto il suo atto unico “Suicidio”. Piacque a Lee Strasberg, che lo volle dirigere all'Actor's Studio di New York. In quella fucina delle avanguardie teatrali fu un vero successo. Poi ne seguirono altri, fino ad oggi. In quel Paese, dunque, il grande apprezzamento per le sue opere, tradotte e rappresentate poi sulle scene di ogni continente. Dall'America all'Europa, dalla Russia al Giappone, dal Brasile alla Cina e all'Australia. Esse si connotano per l'immediatezza della scrittura teatrale, asciutta e tagliente come la denuncia politica e sociale senza veli che egli vi trasfonde. Ha scritto drammi, tutti rappresentati, contro Nixon, Pinochet, Kissinger, Reagan, contro le guerre in Vietnam ed in Iraq. Alla domanda se esista la censura in America, Fratti risponde :”L'unico interesse del teatro americano è quello di incassare, non di censurare. La censura politica è apparsa solo con Bush, nel 2001. I produttori temono la rabbia e la vendetta del Presidente”.

Ma Fratti scrive anche commedie e musical. "Nine", una sua commedia scritta nel 1981 e liberamente ispirata dal film 8 e 1/2 di Federico Fellini, è diventata un musical d'enorme successo di pubblico e di critica, un vero e proprio fenomeno teatrale con oltre duemila repliche. L'ultima versione, con Antonio Banderas interprete, è rimasta per anni in cartellone al teatro Eugene O' Neil, a Broadway. Tanti i riconoscimenti all'autore teatrale, un elenco lunghissimo. Basti solo citare i sette "Tony Award" vinti, che nel teatro sono quel che gli Oscar sono per il cinema.





Come spiega il fatto d'essere l'unico autore italiano vivente pubblicato e rappresentato senza soluzione di continuità da quarant'anni? :
« Per carità, non il solo!»- risponde Fratti - «Dario Fo lo rappresentano in decine di teatri universitari e anche in Tv».

A proposito, Fratti ha scritto mai per la televisione?
«Mi hanno invitato, ma ho rifiutato. Troppi compromessi, troppa censura. Preferisco la libertà del palcoscenico. Ho scritto molti testi, almeno due l'anno. Vivo qui, scrivo in inglese e ciò non è trascurabile. Qui conosco un po' tutti, anche per la mia attività di critico drammatico. Ho imparato, studiando i testi americani, che in teatro ciò che funziona non è il bel linguaggio, la letteratura, ma l'azione. Azione, chiarezza e conflitto ben risolto».

Quali gli autori di teatro italiani che più ammira?
«Grandi maestri come Pirandello, Betti, De Filippo e Fo” – risponde Fratti – “, ma mi sento spesso colpevole. Ci sono in Italia una decina di bravissimi autori che meriterebbero lo stesso mio successo. Aldo Nicolaj, Alfredo Calducci, Vincenzo Di Mattia, Giorgio Fontanelli, Anton Gaetano Parodi, Maricla Boggio, Mario Moretti, Giuliano Parenti, Luigi Lunari, Roberto Mazzucco. Ed ancora un'altra ventina, che solo per brevità non cito, sono di buon valore. Purtroppo non sono tradotti. E questo è un grave handicap. C'è poi in Italia il singolare vezzo dei registi di fare quasi sempre commedie straniere, ignorando gli autori italiani. Una vergogna! Guadagnano di più sulle opere straniere – è questione di royalties – questo il motivo discutibile della loro scelta. Basterebbe allora che lo Stato obbligasse i teatri a rappresentare un buon numero di testi italiani ed il problema sarebbe risolto. Appunto come fanno in America, Francia e Germania».

Insomma, quella di Mario Fratti appare sempre più una storia letteraria di lungo futuro. Jean Servato, alcuni anni fa, così si esprimeva sullo scrittore aquilano:
«... Noi rendiamo merito a Mario Fratti, da questa vecchia Europa, anche se un oceano finge paratie insormontabili e ci fa credere lontane tali ferite: sono sempre lacerazioni umane che occorre sanare e che Fratti trascrive nei suoi drammi, con uno stile eccezionale, di altissima fattura, che lo pone accanto ad Arthur Miller, a Tennessee Williams, ad Eugene Jonesco, agli italiani Luigi Pirandello ed Ugo Betti, quale testimone attento, meticoloso inimitabile del suo tempo, nel cuore, pur sempre stupendo, del ciclone America...».
In conclusione ci viene da chiedere: riuscirà il Teatro Stabile Abruzzese a mettere in scena, per la prima volta non so quando, un'opera di Mario Fratti?

• Amministratore delegato dell'Istituto Cinematografico dell'Aquila

IL SUO SITO http://www.mariofratti.com/
02/12/2005 8.17