LA SENTENZA

Corte dei Conti, nessun responsabile per il monumento allo spreco mai usato dalla Asl di Pescara

Assolti l’ex manager dell’Asl di Pescara D’Amario e il dirigente D’Intino

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Sanità, D’Amario: «ci sono molti punti nascita non in sicurezza»

Claudio D'Amario

MONTESILVANO. Un danno presunto per le casse della Asl di Pescara pari a 557 mila euro ma l’ex direttore generale, Claudio D’Amario, e il dirigente Franco D’Intino, sono stati assolti dalla Corte dei Conti.

Anche se il loro comportamento «è affetto da colpa, non integra il livello di gravità richiesto per una condanna», scrivono i giudici.

La Procura aveva intimato per i due una condanna a risarcire le casse dell’azienda sanitaria per 180 mila euro a causa del degrado e il conseguente deprezzamento dell’ex hotel Paradiso di via Napoli, a Montesilvano, acquistato dalla Asl a gennaio del 2004 dal vecchio proprietario Karl Heinz Fioriti e diventato un monumento allo spreco di soldi pubblici.

La struttura costruita nel 1959, 3 piani, 27 camere, giardino e piscina, alle spalle della pineta di Santa Filomena, venne acquistato dall’allora direttore generale dell'azienda sanitaria, Angelo Cordone, per essere adibito a presidio sanitario per disabili mentali (massimo 58 posti).

L’azienda sanitaria spese quasi 1,2 milioni di euro, 52 mila euro solo per mobili ed attrezzature.

Ma il destino di quell’immobile non è stato dei più rosei anche perché i direttori che si sono avvicendati al vertice della Asl nel corso degli anni hanno avuto idee contrapposte sul da farsi.

Ad esempio nel 2007 il manager Antonio Balestrino aveva deciso la dismissione e fece fare dalla Direzione Regionale Abruzzo dell'Agenzia del Territorio anche una stima sul valore di mercato. Responso? 1.370.000 euro.

Poi però, con l’arrivo di D’Amario (il direttore generale che ha guidato la Asl tra il 2009 e l’inizio del 2016 prima della nomina a sub commissario alla Sanità in Campania,) lo scenario è cambiato nuovamente: la vendita è stata sospesa e si è dato mandato di procedere ad una stima dei lavori per riadattare il fabbricato.

«DEPREZZAMENTO E DEGRADO»

Ma secondo l’accusa questo aspettare avrebbe creato il deprezzamento ed il degrado del complesso immobiliare, nel periodo 2008 – 2014, a causa dell'abbandono cui era stato lasciato il bene e, dall'altro, del crollo del mercato immobiliare, circostanza, quest'ultima, solo in parte prevedibile.

Soltanto nel 2011 D'Amario ha manifestato definitivamente la volontà di dismissione del bene e arrivò anche l'autorizzazione regionale (ad ottobre 2012). L'immobile venne messo in vendita per la prima volta nel 2014 ma, da allora, ogni asta è sempre andata deserta.

Secondo la Procura D’Amario sapeva bene dell'indisponibilità, nelle risorse della Asl, di quelle necessarie per rendere l'immobile fruibile. Da qui l’addebito di non aver assunto «una condotta manageriale, dismettendo un immobile non più necessario, attraverso valutazione comparativa dei costi, dei rendimenti e dei risultati che non ne permettevano la permanenza nel patrimonio aziendale».

A D'Intino, invece, è stata mossa l’accusa di aver contribuito alla produzione del danno, «operando in modo inadeguato per garantirne la conservazione».

I due hanno sempre respinto le ipotesi accusatorie. Il manager, in particolare, ha sempre sostenuto che al suo insediamento (febbraio 2009) il quadro amministrativo fosse già incerto e confuso. Inoltre non era solo a poter decidere. Bisognava considerare il commissariamento regionale con la necessità dell'attuazione del Piano di rientro sanitario e la presenza di un Commissario ad acta.


DANNO NON DIMOSTRATO

Secondo i giudici che hanno assolto i due, il pm non avrebbe dimostrato il danno da mancato utilizzo ai fini istituzionali della struttura: «non si evince in che modo -né emerge dagli atti – la quantificazione sia stata fatta, né essendovi tabelle dimostrative e documentazione a sostegno».

Il collegio ha espresso «seri dubbi» anche sulla quantificazione del danno relativo al degrado dell'immobile. I giudici rilevano comunque «una grande superficialità nella gestione dell'intera vicenda da parte dell'Azienda sanitaria nel suo complesso».

Si focalizza l’attenzione anche sull’operazione di Cordone che dispose l’acquisto «con una valutazione assai approssimativa della congruità del prezzo, aumentato a seguito delle richieste del venditore e senza una stima particolareggiata dei costi per porre in attività la struttura in relazione agli scopi cui era destinata».

Secondo i giudici, invece, «non può essere addebitata al D'Intino e al D'Amario l'attività illecita di terzi, quali occupanti abusivi e autori di atti vandalici, i quali hanno forzato le porte e divelto le grate di protezione dell'immobile introducendosi al suo interno e cagionando il danneggiamento».

E nemmeno si può addebitare a loro, continua la sentenza, «il crollo del mercato immobiliare – già in rallentamento dal 2006 – a seguito della crisi finanziaria internazionale del 2008, che ha riverberato la sua crisi anche sula compravendita dei beni immobili».

Dunque il Collegio ritiene che D’Amario e D’Intino «se forse non hanno agito con la necessaria solerzia, tuttavia non hanno avuto il sostegno dell'Amministrazione regionale, a sua volta in grave crisi, e hanno trovato un quadro già compromesso ab origine da un'improvvida ed eccessivamente onerosa acquisizione di un bene senza la predisposizione di piani concreti per la sua destinazione né considerazione dei costi necessari per rendere fruibile la struttura».

Alessandra Lotti