FONDI EUROPEI

Truffa dell'olio. Arriva condanna della Corte dei Conti per Consorzio Colline Teatine ed ex presidente

«Gestione sconsiderata e dilettantistica», batosta da 200 mila euro dopo le assoluzioni penali

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Truffa dell'olio. Arriva condanna della Corte dei Conti per Consorzio Colline Teatine ed ex presidente

 

ABRUZZO. La Corte dei Conti d’Abruzzo ha condannato il Consorzio di Tutela Olio Extra-Vergine D’Oliva DOP “Colline Teatine” al risarcimento, in favore della Regione Abruzzo, della somma di 200 mila euro.

Così come è stato condannato, «in via sussidiaria» il legale rappresentante del Consorzio, Mauro Candeloro, al risarcimento della stessa somma «fino a concorrenza dell’importo di euro 40.000».

Le accuse mosse dalla Procura sono quelle di una illecita fruizione di un contributo pubblico (315.376 euro) derivanti dai fondi PSR 2000/2006 Abruzzo.

Il contributo è stato poi revocato dalla Regione Abruzzo con un provvedimento impugnato dal Consorzio dinanzi al Tar di L'Aquila e il giudizio è tuttora pendente.

Per quanto riguarda i profili penali Candeloro era stato già accusato di truffa ma il procedimento è stato archiviato con decreto del gip nel 2012 per prescrizione del reato, dal momento che si trattava di contributi pubblici erogati nell'agosto 2005.

Candeloro era stato indagato anche per il reato tributario di occultamento e distruzione delle scritture contabili: assoluzione (nel 2014) «per non aver commesso il fatto».

Insieme a lui erano stati assolti Maria Teresa Candeloro, direttrice del consorzio; la figlia di questa Noemi De Marco, gli agronomi Nicola Mariotti e Carlo Massimo Rabottini, Sergio D'Angelosante, Simona Famà. 

La Corte dei Conti, invece, ha ravvisato il danno erariale e oltre a condannare l'ex presidente al pagamento di 40 mila euro lo bacchetta severamente: «se non di una gestione criminosa (di cui non v’è piena prova, pur residuando numerose ombre sul suo operato), si trattò sicuramente di una gestione sconsiderata e dilettantistica, sprezzante del valore del contributo pubblico ricevuto, considerato come una somma da spendere “alla buona”, giustificandola come meglio si poteva».


«DOCUMENTAZIONE FALSA»

Secondo quanto emerso dalle indagini penali e contabili, il contributo sarebbe stato ottenuto dal Consorzio grazie alla presentazione di documentazione «falsamente attestante la sussistenza di requisiti» in verità mai posseduti. Ma sono stati accesi i riflettori anche sull'esecuzione di attività mai svolte tra cui, ad esempio, la realizzazione di un sito web, l'implementazione di un sistema di “tracciabilità” tra le aziende consorziate....

Secondo l’accusa il Consorzio non aveva i requisiti per il riconoscimento dal Ministero al momento della partecipazione al bando e non si sarebbe mai adoperato per averlo, inficiando il fine per il quale era stato erogato il contributo.

Il fatto sarebbe avvalorato, secondo l’accusa, dal fatto che il Consorzio risultasse inattivo dall’anno 2006. Da quella data, infatti, dopo aver incassato e speso le somme dalla Regione Abruzzo, «non ha più operato», ha contestato il pm; «non ha più riunito i membri del consiglio di amministrazione; non ha più presentato la dichiarazione dei redditi; non si è adoperato per ottenere il riconoscimento dal Ministero».

Secondo quanto emerso nella fase di indagine Candeloro avrebbe provveduto a chiedere il riconoscimento al Ministero «solo dopo la scadenza dei due anni previsti dal bando» e dopo essere stato sollecitato dalla Regione Abruzzo. Inoltre molti soci convocati dagli inquirenti hanno dichiarato di non aver mai partecipato alla ‘vita’ del Consorzio.

Ma la lista di accuse del pm è assai lunga: il bilancio d’esercizio per l’anno 2004, ad esempio, non risulta depositato alla Camera di Commercio (l’ultimo è quello del 2003), i soci non avrebbero mai preso conoscenza dei bilanci e non hanno mai avuto comunicazione di convocazione per le assemblee e non hanno mai partecipato alle attività dell’Ente di cui erano soci.



IL SITO INTERNET? SULLA CARTA

Ma l’attenzione degli inquirenti si è focalizzata anche sulla realizzazione del sito web.

Il lavoro venne affidato alla Inner Studio S.R.L. (cessata) per un compenso di 28.800 e il titolare raccontò di essere stato incaricato dalla società Carsa Edizioni di Pescara di realizzare un portale per il Consorzio Olio Extravergine Colline Teatine D.O.P. secondo le linee guida che erano state concordate con Carsa.

Il lavoro, una volta realizzato, è stato inviato alla Carsa la quale ha provveduto a consegnarlo al Consorzio il quale, a sua volta, doveva provvedere a pubblicare e mantenere il sito on-line attraverso l’acquisto e mantenimento del dominio, l’acquisto di un server dedicato oppure di uno spazio disco su un server terzo.

Ma gli inquirenti hanno scoperto nel momento delle indagini che il sito non era più operativo e che «sembrerebbe che non lo sia da diverso tempo; allo stato dei fatti non è possibile accertare la data dell’inattività del sito atteso che il Consorzio». Che vita ha avuto questo portale costato quasi 30 mila euro?


I SOCI

Inoltre diversi soci del Consorzio, riportati nell’elenco consegnato in sede di partecipazione al Bando alla Regione Abruzzo, hanno tutti dichiarato di non essere stati mai contattati dal Consorzio per una eventuale verifica del rispetto delle norme vigenti (produzione-conferimento) delle olive ed al loro eventuale adeguamento. Alcuni hanno dichiarato anche di non conoscere i membri e la sede del Consorzio, e di non aver mai partecipato alle attività di questa.



LA DIFESA DI CADELORO

In giudizio si è costituito solo Candeloro (non a nome del Consorzio) che ha spiegato che il riconoscimento ministeriale del Consorzio era stato richiesto già nel 2001, vale a dire ben prima della sua nomina a presidente (avvenuta il 18 settembre 2002).

Inoltre avrebbe specificato che il riconoscimento ministeriale non costituiva requisito di partecipazione al bando per l’ottenimento del contributo pubblico ma che il mancato conseguimento era «ascrivibile, esclusivamente, ad una impossibilità di funzionamento dei meccanismi sociali, impossibilità a nessun titolo riconducibile al sig. Candeloro tanto meno a titolo di dolo come univocamente e apoditticamente l’atto accusatorio prospetta ma non prova».

Candeloro ha anche sostenuto, tra le tante cose, che contrariamente a quanto asserito dalla Procura, il Consorzio abbia svolto attività amministrativa interna ben dopo il conseguimento del contributo, e dunque almeno fino al 2008.


LA SENTENZA

Per i giudici della Corte dei Conti l’ipotesi della procura è parzialmente valida. Nella sentenza si sottolinea il dato che i fatti in contestazione risalgono al biennio 2004/2005, cioè a più di dieci anni fa. Le attività d’indagine sono state svolte e le sommarie informazioni testimoniali sono state raccolte dalla Guardia di Finanza tra il 2011 e il 2012, cioè a distanza di oltre un lustro dai fatti.

La documentazione contabile del Consorzio, per la gran parte, non è stata rinvenuta.

Secondo i giudici, comunque, il progetto ammesso a contributo pubblico è stato solo in parte realizzato dal Consorzio e, comunque, non è stato mantenuto per il tempo previsto.

«Motivi di prudenza inducono, quindi, a concludere che la richiesta di contributo non fosse necessariamente preordinata, fin dall’origine, all’illecita acquisizione e distrazione dei fondi, ma che sia stata sopravvalutata la capacità del consorzio di tener fede a tutti gli obblighi assunti», si legge nella sentenza.

«Volendo accedere alla tesi difensiva della mancanza di un intento fraudolento presente ab origine, l’intera operazione appare piuttosto connotata da una estrema incuria e superficialità da parte del Consorzio, nell’ambito di un intreccio di ruoli e competenze tra il Consorzio stesso, le associazioni di categoria (Coldiretti, ecc.), l’APOC (Associazione Provinciale Olivicoltori Chietini), l’ARSSA (Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo in Abruzzo), la Camera di Commercio, la Provincia e le società incaricate dell’esecuzione di alcune parti del progetto finanziato».

Insomma secondo i giudici il Consorzio avrebbe voluto cogliere «l’opportunità di fruire di un cospicuo contributo pubblico, spendendolo poi principalmente per “pubblicizzare” la produzione dei propri consorziati, per “autopromuoversi”, ma senza curarsi di onorare, parallelamente, gli impegni assunti in termini di disciplinare di produzione e di tracciabilità della stessa».

E i soldi pubblici? «Furono spesi in maniera quantomeno “disinvolta”».

Alessandra Lotti