LA SENTENZA

Presenze in reparto ‘taroccate’, primario dell’ospedale condannato dalla Corte dei Conti

Dovrà risarcire l’Asl di Pescara

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PESCARA. Il primario di oculistica Michele Marullo è stato condannato a versare alla Asl di Pescara 8.917 euro pari a  23 giornate lavorative, tra il gennaio 2013 e il marzo 2014, in cui il medico ha falsamente attestato di essere stato presente in servizio, pur trovandosi in quelle stesse giornate altrove.

Lo ha stabilito la Corte dei Conti.

Al medico è stata contestata l’indebita percezione dello stipendio in 17 giorni in cui ha falsamento dichiarato di trovarsi in ufficio mentre si trovava da tutt’altra parte, come rilevato dai tabulati del Telepass e dalle celle agganciate dall’utenza di telefonia mobile.

Sotto la lente dei magistrati contabili sono finite anche 6 timbrature pressoché contestuali in entrata ed uscita. In pratica il medico è stato in ospedale circa 1 minuto.

LA DIFESA

Il primario si è difeso sostenendo che non ci sia stato alcun danno patrimoniale per l’ospedale  specificando anche che nel contratto collettivo di lavoro non c’è l’indicazione di un orario giornaliero minimo per i dirigenti di struttura complessa ma solo di un monte ore annuale.

Dunque, secondo il medico, le dichiarazioni di presenza in ufficio, pur essendo false, non sarebbero “false attestazioni”, ma il frutto di «meri errori», dettati da «disattenzione nel compimento di una semplice formalità burocratica priva di rilevanza concreta».

Anche perché la sua retribuzione prescindeva dall’orario effettivamente osservato. Inoltre il medico si è difeso sostenendo di aver ferie arretrate ancora da consumare e ricordando che nell’ambito del filone penale dell’inchiesta il pm aveva chiesto l’archiviazione in quanto non è ipotizzabile il reato di truffa

«per carenza del danno patrimoniale in senso stretto». Nell’inchiesta penale è caduto anche il falso ideologico in atto pubblico.

«LA FLESSIBILITA’ ORARIA NON E’ UN PRIVILEGIO»

 Ma la giustizia contabile la pensa diversamente.

Secondo i giudici, infatti, non è  convincente la giustificazione del medico secondo cui l’erronea attestazione di presenza in servizio da parte del primario sarebbe priva di offensività e non comporterebbe alcun pregiudizio economico in capo alla Asl.

«La flessibilità oraria», si legge nella sentenza, «non costituisce una sorta di “privilegio”, ma rappresenta un meccanismo di maggior responsabilizzazione e di orientamento al risultato, nel senso che l’assolvimento di un debito orario “minimo” non può esaurire, per il dirigente, la prestazione lavorativa e non può quindi essere invocato a suo favore a fini valutativi».

I giudici sottolineano che  il dirigente di struttura complessa non ha un orario minimo «perché si presuppone che l’apporto lavorativo richiestogli, per sua natura, non possa essere circoscritto entro i ristretti limiti di un numero di ore prefissate;   la tesi difensiva conduce, peraltro, a risultati inaccettabili e paradossali  laddove, se portata alle sue estreme conseguenza, implicherebbe la possibilità, per un primario, di non presentarsi quasi mai nel reparto da lui diretto, purché il reparto consegua comunque i risultati programmati».

«VIOLATO DISPOSIZIONI CONTRATTUALI»

Secondo i giudici, in questo caso, il medico avrebbe «manifestamente violato le disposizioni contrattuali di riferimento, dichiarando in più occasioni,  contrariamente al vero, la propria presenza in servizio allorché egli era in ben  altri luoghi per motivi personali e non istituzionali; o anche sfruttando a suo vantaggio il sistema di rilevazione elettronica delle presenze mediante una doppia timbratura contestuale in entrata e in uscita, sì da non figurare assente in giornate nelle quali era invece stato assente».

Quindi il primario «a prescindere dal risultato effettivamente conseguito, ha  reso all’azienda di appartenenza un servizio diverso ed inferiore rispetto a quello contrattualmente dovuto, sotto il profilo della continuità della presenza sul posto di lavoro, assentandosi di fatto dal reparto per intere giornate senza richiedere ferie o permessi, come impostogli da inequivoche disposizioni contrattuali».

«Non è neppure il caso di soffermarsi», chiudono i giudici, «sulla necessità che un primario sia assiduamente presente nel reparto, al fine di gestirlo al meglio, verificando de  visu ogni problematica, dirigendo il personale sanitario e non solo, relazionandosi con l’utenza, con il personale e con i vertici aziendali, fungendo da punto di riferimento».

Alessandra Lotti