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Sanità Pescara, crescono i tempi d’attesa: «4 mesi per una colonscopia, 8 per risonanza magnetica»

La denuncia dei sindacati che contestano toni trionfalistici di Chiodi

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Sanità Pescara, crescono i tempi d’attesa: «4 mesi per una colonscopia, 8 per risonanza magnetica»




ABRUZZO. Crescono i tempi d’attesa alla Asl di Pescara.
Se a febbraio 2013 per una colonscopia servivano mediamente 98 giorni di attesa, a febbraio 2014 ne occorrono 125 (più di 4 mesi!). Se per un ecodoppler cardiaco ci volevano 56 giorni, un anno dopo ce ne vogliono 97 e per un ecodoppler dei tronchi aortici ce ne vogliono addirittura 164.
Se per una risonanza magnetica occorrevano 230 giorni oggi ce ne vogliono 250 (più di 8 mesi!); se per una gastroscopia occorrevano 82 giorni oggi ce ne vogliono 91.
Sono questi i dati che forniscono Davide Farina del coordinamento Fp Cisl di Pescara e Umberto Coccia segretario provinciale della Cisl per rispondere ai toni trionfalistici del presidente della Regione e commissario alla Sanità Gianni Chiodi, che sostiene che sotto alla sua amministrazione la qualità della sanità pubblica locale sia migliorata.
Ma i sindacati non la vedono così: «di fronte a queste lunghe liste d’attesa, all’impossibilità di contattare telefonicamente il CUP e all’alto costo del ticket, molti cittadini rinunciano alle cure oppure vanno a curarsi fuori regione (mobilità passiva) accollandosi un enorme disagio personale e familiare e determinando un aggravio di costi per la sanità abruzzese».
I sindacati contestano anche il fatto che negli ultimi cinque anni non sia stato varato un piano per la residenzialità e semi residenzialità extra ospedaliera «sebbene il Tavolo di Monitoraggio ministeriale lo segnalasse come criticità e il Piano Sanitario ne definisse puntualmente il numero di posti letto per abitante, nuovi setting assistenziali, tariffe da applicare, standard di personale e costi complessivi».
«Nulla è stato fatto», insistono Farina e Coccia, «se non tagli lineari che hanno sottratto 10 milioni di € alla riabilitazione e la mancata firma del contratto 2014 con gli erogatori privati non assegnando loro neppure il budget per l’anno in corso. Il risultato finale è che le aziende sono strette in una morsa finanziaria che le costringerà a non pagare più gli stipendi ai dipendenti e le fatture ai fornitori con il rischio sempre più reale di chiusura delle strutture e di migrazione dei pazienti fuori regione».