IL RECORD

Un mese d’inferno per prenotare al Cup di Chieti: errori, sviste e irregolarità

E l’utente subisce. Trenta giorni di tentativi per prenotare una visita specialistica

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Un mese d’inferno per prenotare al Cup di Chieti: errori, sviste e irregolarità

 

CHIETI. Qualche giorno fa avevamo raccontato l’incredibile vicenda di un utente di Chieti che per prenotare una visita specialistica al Cup unico aveva dovuto fare ben 50 telefonate.

Una vera odissea durata circa 4 giorni. Alla vicenda aveva assegnato il triste titolo di ‘record’ ma forse c’è una storia che è addirittura peggiore: un tentativo di prenotare una visita specialistica, per circa un mese, recandosi di persona al Cup di Chieti (leggasi traffico- parcheggio- fila) con un duplice risvolto: appuntamento non preso e ricetta scaduta.

La segnalazione è stata raccolta dal Tribunale del Malato di Chieti  e da Cittadinanzattiva diretta da Aldo Cetrullo; la storia è semplice e lineare ma diventa tortuosa non appena si infila dentro le maglie della sanità burocratizzata.

Il medico di famiglia prescrive alla paziente un esame specialistico per una sospetta maculopatia ma in questa storia non è il problema medico il vero… problema.

La donna si reca al Cup, la ricetta rossa viene timbrata in quanto l’utente è esente ma subito dopo le viene detto che è impossibile fissare un appuntamento perché le liste d’attesa sono chiuse.

E qui sorge il primo problema che però l’utente scoprirà solo in seguito: il timbro su una ricetta accorcia la validità della stessa da 12 mesi ad 1 mese. Dunque se sul momento la questione da risolvere sembra quella di non essere riusciti ad ottenere un appuntamento in realtà il problema più grave è che entro 30 giorni bisognerà riuscire a prenotare altrimenti si dovrà ripartire dal via, ovvero andare dal proprio medico e rifarsi fare una ricetta ex novo.



MA LA LISTA CHIUSA?

Liste d’attesa chiuse, dunque, come detto, è l’impiegato del Cup invita l’utente e ad andare in reparto per prendere un appuntamento.

Esci dal Cup, vai in reparto e lì la risposta è secca: «le prenotazioni vanno fatte al Cup».

L’utente torna dunque dove era ripartita, rimpallata a destra e sinistra e l’operatore cambia strategia: «provi  a chiamare nei prossimi giorni per vedere se la lista d’attesa viene aperta».

E qui c’è un altro problema perché in realtà chiudere le liste è vietato ma si continua ugualmente a farlo.

Gli utenti non lo sanno, non protestano e tutto scorre lento.

Il fenomeno delle liste d’attesa bloccate è una pratica vietata dalla Legge Finanziaria 2006.

Le Regioni possono applicare in tali casi, ai responsabili della violazione, addirittura un’ammenda da mille a sei mila euro.

Sempre la legge dice che quando la visita specialistica non è possibile, a causa delle lunghe liste di attesa che certo non sono colpa dei cittadini, gli stessi hanno diritto ad avere la prestazione presso una struttura convenzionata o averla autorizzata in libera professione a carico del servizio sanitario regionale. Ma questo non avviene e si viene semplicemente rimbalzati.

I giorni seguenti l’utente si attacca al centralino e tra telefono senza risposta e dinieghi vari passano le settimane.  Dopo un mese di tentativi continui l’ennesimo viaggio della speranza: in fila 200 persone.

Impossibile farcela prima di riaprire il negozio: la signora abbandona e torna il giorno successivo.  Tutto sembra scorrere velocemente fino all’inevitabile intoppo: l’operatore appena ha visto la ricetta timbrata le ha detto: «è trascorso più di un mese, chi le ha fatto timbrare la ricetta senza avere la prenotazione! La ricetta non è più valida, vada dal suo medico di fiducia e si faccia fare un’altra prescrizione».

E la storia potrebbe ricominciare e ripetersi all’infinito.


Alessandra Lotti