8mila morti all'anno per tumore alla prostata. «C’è poca prevenzione»

Alessandro Biancardi

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MILANO. Quello alla prostata e' il tumore piu' frequente nel sesso maschile e la seconda causa di morte per cancro dopo quello del polmone.

«Nel nostro Paese ogni anno si registrano oltre 30.000 nuovi casi di cancro della prostata ed 8.000 decessi legati a questa patologia, e tali numeri sono destinati ad aumentare in futuro», afferma il presidente della Societa' Italiana di Urologia, Francesco Rocco.

«Si tratta, contrariamente a quanto si vuol far credere con pericolosi messaggi che screditano l'importanza di una costante attenzione al proprio stato di salute, di una patologia ad elevata incidenza, aggressiva e mortale».
 Preoccupante quindi il fatto che, secondo recenti dati Istat, in Italia solo il 25% della popolazione maschile si sottopone ad una visita specialistica a carattere esclusivamente preventivo. Di questo 25%, solo il 3,5 % ha effettuato una visita specialistica urologica.
   Gli uomini dovrebbero imparare dalle proprie compagne il valore della prevenzione. Si stima, infatti, che almeno il 70,9% delle donne italiane tra i 25 e i 64 anni ha effettuato il Pap Test almeno una volta, e che il 71% di quelle tra i 50 e i 69, popolazione target per lo screening del tumore della mammella, ha effettuato almeno una mammografia.

 «La corretta informazione e la diagnosi precoce sono le due armi principali»,spiega il segretario generale della SIU, Vincenzo Mirone,«perche' questo tipo di tumore e' spesso inizialmente del tutto asintomatico, e scoprire la patologia in fase iniziale consente al medico di valutare la migliore strategia terapeutica da mettere in atto per raggiungere la guarigione e mantenere elevata la qualità di vita del paziente».

 Non esiste ad oggi, alcun esame che da solo consenta di diagnosticare con certezza un cancro della prostata. Perche' si possa riconoscere precocemente una neoplasia prostatica e' necessario avere in mano tre elementi: il dosaggio del PSA, l'esplorazione digito-rettale della prostata ed una valutazione ecografica della ghiandola.

Ciascuno di questi elementi e' parte essenziale del processo diagnostico e non puo' prescindere dagli altri due: solo la combinazione di queste tre informazioni potra' guidare la decisione clinica finale, individuare le forme piu' aggressive di tumore e scegliere le terapie salvaguardando la qualita' di vita del paziente.

«Naturalmente, sara' compito dell'urologo», spiega Mirone, «valutare se un eventuale innalzamento dei valori del PSA sia legato all'aumento di volume della prostata, ad una patologia infiammatoria o ad un tumore della ghiandola».

 E' tuttavia di grande importanza rilevare che «eseguire periodicamente, sempre su consiglio del proprio medico, il dosaggio del PSA consente di ridurre la mortalita' cancro-specifica del 30-50%, al pari di altri test la cui efficacia e' universalmente accettata, quali la mammografia per il cancro del seno e la ricerca del sangue occulto nelle feci per il cancro del colon-retto».
   La battaglia della SIU contro la cattiva informazione verte pertanto attorno ad un unico, chiaro messaggio, un appello rivolto agli uomini italiani: «Dopo i 50 anni, andate dall'urologo una volta all'anno, e sottoponetevi ad un semplice prelievo del sangue per eseguire il test del PSA (dai 45 in caso di familiarita' con questo tipo di tumore, poiche' la familiarita' moltiplica da 8 ad 11 volte la possibilita' di ammalarsi). E in caso di dubbio, chiedete al vostro medico. La lotta contro il cancro della prostata si vince sul tempo. 17/09/2010 10.44