Punti nascita, «servizi ottimali con almeno 800 parti»

Alessandro Biancardi

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ROMA. Una equipe medica sempre pronta, presenza di un anestesista 24 ore  su 24, e di almeno due medici il pomeriggio, un laboratorio analisi e  di un centro trasfusionale con presenza attiva giorno e notte.

 

Oltre alla presenza, o a un buon collegamento, con le Unità di terapia intensiva neonatale. Sono questi alcuni dei criteri cui dovrebbero corrispondere i punti nascita per operare in sicurezza.

Sulla base di queste indicazioni la commissione parlamentare sugli errori sanitari, presieduta da Leoluca Orlando, ha avviato un'indagine sui punti nascita, coordinata da Benedetto Fucci, con il coinvolgimento di tutte le categorie sanitarie interessate e la collaborazione degli assessorati alla sanità regionali. «La soglia minima di parti per avere garanzia di servizi ottimali - ricorda Fucci - è di almeno 800, 1000 parti l'anno». Lo stesso ministro della Salute Ferruccio Fazio, già dal suo insediamento, aveva rilevato la necessità di riorganizzare i punti nascita visto che «il 66% svolge meno di 1000 parti l'anno».

L'indagine della commissione punta proprio a scattare la situazione regione per regione: «Entro un paio di mesi - spiega ancora Fucci - aspettiamo le risposte ai questionari che abbiamo inviato agli assessori alla Salute, e ci riserviamo anche di fare dei sopralluoghi, laddove dovessero emergere situazioni particolari». Anche perché problemi nell'organizzazione del servizio possono essere anche il motore «di quella medicina difensiva che produce per esempio un alto numero di parti cesarei che potrebbero essere evitati». Se in un reparto in condizioni ottimali un medico sa di poter intervenire in emergenza in 10 minuti, rileva, «laddove invece potrebbe servire anche un'ora, perché magari la sala operatoria non è allo stesso piano della sala parto, l'anestesista è reperibile e impiega mezz'ora ad arrivare e il centro analisi non è sempre a disposizione, è chiaro che il medico sarà più facilmente, e anche comprensibilmente, portato a prediligere cesarei programmati, perché sa di non essere in grado di fronteggiare una eventuale emergenza in sicurezza».

L'indagine mira anche a capire «le differenze che ci sono tra le regioni, e in particolare in quelle del Sud, dove è più alto il numero dei cesarei, così come il numero di punti nascita convenzionati».

 

10/09/2010 9.11