Gli esperti: negli ospedali le epidemie silenziose

Alessandro Biancardi

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ROMA. Fra gli abitanti delle corsie degli ospedali i più assidui sono proprio quelli che non ci si aspetta.

 

Virus e batteri la fanno da padroni, mietendo più vittime degli incidenti stradali, e nonostante tutti gli sforzi la loro presenza è una costante degli ultimi anni. A gettare una luce sull"epidemia silenziosà sono gli esperti riuniti nel 9° Congresso annuale della Società italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit), che si è aperto oggi a Roma. Il "bollettino di guerra" fornito durante il congresso afferma che in Italia il 5-8% di tutti i pazienti afferenti alle strutture sanitarie sviluppino una infezione associata a procedure assistenziali (Ipa), pari a 450.000-700.000 casi con 4500-7500 decessi direttamente attribuibili e circa 3.750.000 giornate di degenza per le complicanze infettive acquisite a seguito del ricovero. Contrariamente a quanto si possa pensare il fenomeno è distribuito abbastanza uniformemente sul territorio, senza il solito gradiente nord-sud. I reparti più pericolosi da questo punto di vista sono le terapie intensive e i reparti di chirurgia. «Questo numero è costante negli ultimi anni - spiega Giuseppe Ippolito, presidente del congresso e direttore scientifico dell'Istituto Malattie Infettive Spallanzani di Roma - ma potrebbe essere ridotto del 30% con un piccolo investimento. Purtroppo le infezioni ospedaliere fanno più vittime degli incidenti stradali».

 Secondo i dati del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute circa l'80% di tutte le infezioni ospedaliere riguarda quattro sedi principali: il tratto urinario, le ferite chirurgiche, l'apparato respiratorio, le infezioni sistemiche (sepsi, batteriemie). Le più frequenti sono le infezioni urinarie, che da sole rappresentano il 35-40% di tutte le infezioni ospedaliere. Tuttavia, negli ultimi quindici anni si sta assistendo a un calo di questo tipo di infezioni (insieme a quelle della ferita chirurgica) e a un aumento delle batteriemie e delle polmoniti.

«Le cause di questa epidemia sono varie - spiega Ippolito - si va dalle carenze strutturali, come la mancanza di lavandini nei reparti per lavarsi le mani, a cattive pratiche da parte degli operatori, che ad esempio non capiscono che lavarsi le mani è un obbligo morale e lo fanno solo nel 20% dei casi. Inoltre per abbassare la quantità di infezioni servirebbero infermiere e medici dedicati al problema, che in ogni reparto studino i casi che si presentano e correggano gli errori. Un infermiere ogni 250-300 pazienti e un medico 'ad hoc' ogni 400 pazienti».

25/11/2010 9.52