Gene antinfiammatorio: si aprono possibilità per nuovi farmaci

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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ABRUZZO. La scienza, si sa, fa passi da gigante. A Chieti lo studio di un particolare gene fa ben sperare.

I ricercatori del  Cesi (centro scienze dell’invecchiamento) della fondazione Gabriele D’Annunzio coordinato dal professor Mario Romano, responsabile dell’Unità di Medicina Molecolare e del Centro Cardiologico Monzino di Milano, hanno studiato il funzionamento di un gene FPR2/ALX  in grado di combatte spontaneamente le infiammazioni del corpo.

I risultati dell’ indagine (già sulle pagine The Faseb Journal)  potrebbero portare alla creazione di  nuovi farmaci anti-infiammatori che, a differenza della maggior parte di quelli esistenti, agirebbero stimolando meccanismi fisiologici di risoluzione della risposta infiammatoria. Studi preclinici hanno dimostrato che l’attivazione di questo gene da parte di una sostanza presente nell’organismo, la lipoxina A4,  porta a risolvere anche gravi infiammazioni come l’ artrite reumatoide, l’infiammazione intestinale, le nefropatie infiammatorie e ischemiche, il danno da riperfusione, le  lesioni corneali, la fibrosi cistica e l’asma bronchiale. Una scoperta importante, insomma, sulla quale hanno il professor Mario Romano ed il  dottor Bartolo Favaloro, coautore della ricerca, hanno già messo la firma brevettandola  a livello europeo. Dagli studi, inoltre, è stata osservata la correlazione tra una mutazione del gene ed il rischio cardiovascolare.  Anche se i ricercatori sono cauti: «è prematuro una relazione di causa effetto tra la mutazione individuata e il rischio cardiovascolare», dicono, «che potrà essere verificata solo attraverso studi clinici ad hoc». 

15/12/2011 10:23