Arrivano le classifiche degli ospedali, l’Abruzzo è a metà della graduatoria

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. In Abruzzo ci sono ospedali di eccellenza o solo infermerie da campo, cioè nosocomi che funzionano più come rifugio sociale che come centri di assistenza sanitaria qualificata?*SOLDI SOLO ALLA SLA? PROTESTANO I MALATI NEUROMUSCOLARI

E’ quello che tutti aspettano di conoscere, anche se già girano anticipazioni sulla classifica degli ospedali abruzzesi ed italiani elaborata su dati statistici a cura dell’Agenzia sanitaria nazionale. Infatti che in Abruzzo si possa morire di più o di meno in confronto di altre Regioni è un dato senza senso, se non ci sono numeri precisi che attestano le capacità dei nostri ospedali. E questo è quanto prevede di far sapere il Progetto Esiti del Ministero della salute, affidato all’Agenas, di cui abbiamo già scritto.

Ora cominciano ad apparire anticipazioni di quel progetto che dovrebbe essere reso pubblico entro la fine del mese e di cui alcuni dati sono stati presentati dal Corriere della Sera e dal Sole 24 ore, poi ripresi dai quotidiani sanitari settoriali. Si tratta di un primo assaggio della realtà ospedaliera italiana, da dove si desume che probabilità statistica si ha di morire o di vivere, secondo in quale ospedale ci si cura. Intanto, con i dati noti, salta la distinzione tra Nord avanzato e Sud arretrato ed emerge che tutto dipende dal tipo di ospedale che prende in carico il paziente. 

(dal sito quotidianosanita.it)

E l’Abruzzo, per le categorie esaminate, si situa a metà classifica. Così si può sapere dove si eseguono più parti cesarei (in Abruzzo il dato peggiore per il parto cesareo è il 59%, il migliore è il 26%, a fronte rispettivamente del 75% e del 20% nel Lazio e del 97%  e del 10% in Piemonte) e dove l’intervento al femore, dopo frattura, avviene o no entro le 48 ore: Abruzzo dato migliore 11%, dato peggiore 61%, a fronte dell’1,8 e del 39,9% del Lazio e del 3,9 e 64,5% del Piemonte. E così per gli interventi di bypass aorto-coronarico o le colecistectomie laparoscopiche, con mortalità o complicazioni. I dati statistici, come noto, debbono essere spiegati ed interpretati, altrimenti prevale la formula di Trilussa: “tutti mangiano un pollo, perché c’è chi ne mangia due e chi niente.” Queste anticipazioni vanno quindi prese come indicazioni generali, riflettendo sul fatto che – ad esempio – la mortalità per un intervento in certi casi è più o meno grande anche in dipendenza della casistica. E che la casistica può avere un peso nell’efficienza: più interventi si eseguono, meno complicanze ci sono. Senza dire che la mortalità in ospedale o fuori, può dipendere dall’uso di “morire in casa” con dimissioni in “articulo mortis” o dal ricovero seguito da morte dopo il trasferimento di un malato da un ospedale dove è stato trattato ad un altro che lo ha solo ospitato prima di morire. Resta però il fatto che i grandi numeri statistici indicano una tendenza e fotografano l’esistente in quel momento. Tutto utile per arrivare ad una sanità di qualità, la cui efficienza è legata ai macchinari più moderni, alla preparazione dei medici e del personale infermieristico e tecnico ed al loro aggiornamento continuo. Cose di cui si è parlato poco nella bufera dei tagli lineari del Commissario e nel clima del “si salvi chi può” che ha già portato al pensionamento molti medici e primari in avanti negli anni, ma ancora in grado di prestare la loro esperienza al funzionamento della sanità.

Sebastiano Calella 09/11/2011 10.50

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*SOLDI SOLO ALLA SLA? PROTESTANO I MALATI NEUROMUSCOLARI

ABRUZZO. E' in corso una guerra tra poveri o meglio tra malati, discriminati solo perché etichettati per patologia in un modo o in un altro.

Il che produce figli e figliastri, in  un settore dove dovrebbero essere tutti figli. C'è Carlo, 8 anni, affetto da Sma di tipo 2 (Atrofia del Midollo Spinale) dalla nascita, non muove un muscolo, solo gli occhi e le labbra e giace tracheostomizzato in un letto.

C'è Angelo, 33 anni, Distrofia di Duchenne, genetica e quindi dalla nascita, un miracolo di volontà di sopravvivenza. Anche lui come Carlo; è uno scheletro attaccato alla macchina. E poi c'è Francesco, 66 anni, affetto da Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica) da 10 anni; anche lui, come Carlo e Angelo, scheletro attaccato ad una macchina, muove solo gli occhi.

Cosa hanno di diverso tra di loro? «Niente, se non l’età, il decennale carico sulle famiglie per alcuni e la diagnosi», scrive Camillo Gelsumini, disabile anche lui e rappresentate di questi malati che rischiano ora di diventare di serie B. «Questa piccola etichettatura per la patologia – continua Gelsumini - è servita a qualcuno per renderli vittime, insieme a centinaia di migliaia di altri pazienti di una delle peggiori discriminazioni. A seguito di una dimostrazione in piazza, i soli malati di SLA sarebbero stati assegnatari di circa 100 milioni di euro. Contemporaneamente venivano cancellati 400 milioni di euro destinati a tutte le non autosufficienze».

Ora, ai malati esclusi, si pone una questione di coscienza. «Abbiamo aspettato pazientemente che si rendessero conto dell’errore commesso, abbiamo aspettato il parere della Consulta Governativa per le patologie Neuromuscolari, che c’è stato, ed è stato in favore di una interpretazione estensiva per le tutte le patologie neuromuscolari, abbiamo aspettato il decreto che c’è stato e sebbene parli di SLA, all’art. 4 fa riferimento al parere estensivo della consulta. Adesso siamo alle Regioni che, ripartiti i fondi, vogliono dedicarli testardamente solo alle SLA». Non va bene, dice Gelsumini: «è una discriminazione incostituzionale. Chi ci aiuta?»

Alla protesta si associa Nicolino Di Domenica, responsabile del Movimento Vita indipendente: «E’ vergognoso e ingiusto, assegnare delle somme di denaro solo a una patologia grave quanto altre. E’ una scelta che non possiamo condividere. Non voglio pensare che questo sia dovuto alle comparse Tv del noto calciatore Borgonovo affetto da SLA che ha, comunque, tutto il nostro appoggio per quanto sta facendo. Sono fiducioso che ci sia un ripensamento nella suddivisione della somma stanziata anche per altre grave malattie neuromuscolari». Da registrare sulla vicenda la solidarietà del consigliere regionale Pd Marinella Sclocco, secondo la quale «non esistono malati di serie a e di serie B». «Mi auguro – ha aggiunto – che la regione, dopo le promesse di Nazario Pagano e Nicoletta Verì si doti di una norma per la non autosufficienza». s.c. 09/11/2011 11.55