Punti nascita a rischio anche nel teramano

Alessandro Biancardi

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TERAMO. Un solo  punto nascita nel teramano? Claudio Ruffini e Giuseppe Di Luca, consiglieri regionali Pd, lanciano l’allarme.

«Così aumenterà la mobilità passiva e viene leso il diritto di nascere nella provincia, se non nella zona, di residenza».

 Infatti un altro tassello della sanità teramana è a rischio e stavolta riguarda la riorganizzazione della rete dei punti nascita. «Secondo il Commissario alla sanità Gianni Chiodi – dicono i due consiglieri Pd - nella provincia di Teramo tre punti nascita sono troppi e si può assicurare il servizio anche con un solo punto. Se si tiene poi conto che la nostra provincia è l’unica sprovvista del servizio Neonatologia di I livello, si capisce come partorire sarà sempre più difficile per molte donne teramane. Una situazione tutt’altro che remota, visto che ogni anno la nostra provincia registra una mobilità passiva pari a circa 700 nati al di fuori. Il risultato? Sono milioni di euro che la Asl di Teramo paga ad esempio alla regione Marche».

In realtà, come riconoscono gli stessi Ruffini e Di Luca, il processo di razionalizzazione dei punti nascita sta avvenendo anche nelle altre province e in tutta Italia, su indicazione del Ministero della salute che ha imposto un limite di mille parti/anno per il mantenimento dei reparti esistenti. Ma, aggiungono i due consiglieri, «con i numeri che abbiamo nella provincia di Teramo, due punti nascita non sono uno spreco, ma una necessità, oltre ad essere un diritto.  Con 2106 nati nel 2010 in provincia di Teramo, non è pensabile avere un solo punto nascita». Il problema, come detto, non riguarda solo Teramo, ma tutto l’Abruzzo ed ha già investito la Marsica (dove è stata chiusa la clinica Santa Maria) ed il chietino (Guardiagrele fu chiuso anni fa ed ora rischia anche Ortona). Quello che però non si capisce è la rigida applicazione delle disposizioni ministeriali, senza aggancio alla realtà. La scelta di imporre 1000 parti l’anno serve ad assicurare parti sicuri, con la presenza anche della Neonatologia che non può essere attivata nei piccoli ospedali o nelle cliniche. Ma se la Neonatologia manca (come nel caso di Teramo) o se i posti letto esistenti negli ospedali più grandi restano gli stessi, ora che sono investiti dalle partorienti in fuga dalle loro zone di residenza, c’è qualcosa che non quadra. Infatti l’affollamento è tale che – ad esempio - nel reparto di Ostetricia del SS. Annunziata di Chieti si stanno per adottare i letti a castello ed intanto il travaglio si fa dappertutto, dai corridoi alla sala parto mentre nascono altri bambini. Se però si getta lo sguardo oltre i confini regionali, si scopre che in Piemonte, Regione a guida leghista, ha riaperto il punto nascita di Domodossola, dopo le proteste della mamme che hanno occupato anche il locale Municipio per riaffermare il diritto di partorire in quell’ospedale e di non essere costrette a km e km di strada non proprio rettilinea. In realtà anche a Domodossola non si sa se la riapertura sarà definitiva o se è solo un escamotage per far sbollire l’indignazione popolare. Resta il fatto che ancora una volta la politica dei tagli applicata senza tener conto della natura della viabilità e del territorio rischia proprio di incidere negativamente sulla sicurezza che si vorrebbe assicurare. Spesso infatti i parti arrivano senza chiedere l’autorizzazione al ministero.

 

Sebastiano Calella  27/10/2011 10.19