Atri, Pescina e Tagliacozzo in piazza per difendere gli ospedali chiusi. Chiodi è sordo

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Sabato la manifestazione in difesa dell’ospedale di Atri, ieri l’assemblea nell’ospedale chiuso di Pescina (c’erano anche i cittadini di Tagliacozzo) per dire no ai tagli decisi dall’ufficio del commissario alla sanità.

ABRUZZO. Sabato la manifestazione in difesa dell’ospedale di Atri, ieri l’assemblea nell’ospedale chiuso di Pescina (c’erano anche i cittadini di Tagliacozzo) per dire no ai tagli decisi dall’ufficio del commissario alla sanità.

Non si placa la protesta degli abruzzesi contro la chiusura dei piccoli ospedali. Il copione è sempre lo stesso: cittadini e sindaci in corteo, Regione assente («protestate, protestate, tanto noi andiamo avanti»), muro contro muro sempre più duro ed una spaccatura trasversale degli elettori, perché alle manifestazioni partecipa anche la base del centrodestra che spesso ha vinto le elezioni locali (vedi Guardiagrele) al grido di «mai chiusura». A più di un anno dal Programma operativo che ha chiuso i piccoli ospedali, sorprende perciò la sordità assoluta degli eletti di centrodestra rispetto alle richieste che vengono dal territorio.

I tribunali amministrativi hanno bocciato le chiusure, poi messe fuori gioco dall’aiuto che il Governo. Infatti il decreto della Finanziaria ha dato manforte al Commissario Chiodi trasformando gli atti amministrativi sbagliati sulle chiusure in atti legislativi contro i quali non si può fare più nulla. Quello che non si vuole leggere nelle sentenze e nelle manifestazioni sempre molto partecipate è che non sono strumentalizzazioni partitiche (come si tende a far credere), ma la dimostrazione evidente che il Programma operativo è fallito perché è andato troppo avanti rispetto ai problemi del territorio e ai ritardi della politica. E’ mancata la contestualità tra le chiusure dei piccoli ospedali e l’attivazione dei servizi sostitutivi sul territorio, come quando è stato chiuso il Pronto soccorso senza attivare una nuova rete per l’emergenza – urgenza. Perché non è vero che si vuole attivare la Cardiochirurgia a Pescina o il Centro Trapianti a Guardiagrele o la struttura nazionale di riferimento per l’Aids ad Atri. Tutti sanno che le eccellenze in medicina vanno allocate negli ospedali più grandi e più attrezzati e che il futuro dei piccoli nosocomi non è quello degli ospedali generalisti, sia per le attrezzature che per la casistica. Ma tutti sanno pure che rispetto ai problemi quotidiani dell’assistenza sanitaria i cittadini dell’Abruzzo interno hanno gli stessi diritti di quelli che abitano sulla costa. E poiché l’Abruzzo, da millenni prima del Commissario Chiodi, ha l’attuale conformazione orografica, dovrebbe essere il Programma operativo a doversi adeguare al territorio e non viceversa, con pari opportunità di cura per montagna e mare.

 Questo chiedono le zone interne che fanno riferimento agli ospedali di Atri, Pescina, Tagliacozzo, Casoli, Guardiagrele, Gissi, e degli altri ospedali minacciati di chiusura. Al contrario oggi si sentono abbandonati e non accettano i Punti di prima assistenza o finti Pronto soccorso che o non esistono proprio o sono attivi solo sulla carta o non danno comunque le stesse garanzie di prima: questa insomma non è assistenza sanitaria.

Una politica attenta avrebbe dovuto ascoltare le richieste del territorio, pure alla luce del rientro dai debiti accumulati negli anni. Nessuno infatti si oppone ai tagli degli sprechi o dei doppioni, nessuno chiede di mantenere in vita situazioni a rischio anche per i malati, come si è visto per la chiusura dei punti nascita con un numero di parti inferiore a 800-1000. Pur malvolentieri, si è compreso che per motivi di sicurezza era accettabile lo stop ad Ostetricia di Guardiagrele o della Clinica Santa Maria di Avezzano, dove si partoriva senza Neonatologia o senza  rianimazione o senza banca del sangue. Ma nulla è stato fatto o per potenziare quei reparti chiusi o quelli dove sono affluite le nascite: ad esempio a Chieti e Ortona, dove sono stati dirottati i parti di Guardiagrele, sono rimasti gli stessi posti letto e lo stesso personale di prima. Il che si traduce in un danno per chi non può partorire vicino casa, per chi lavora in questi reparti affollati e per chi comunque è costretta al ricovero dove la qualità dell’assistenza risente del continuo stato di emergenza per i numeri impossibili da seguire. E questo non sembra il massimo della riconversione o della trasformazione  del modo di fare sanità, spesso invocato. Perché altrettanto è successo per la Geriatria o per la lungodegenza e la riabilitazione, con gli anziani che nessuno più sa dove ricoverare (come è successo a Lanciano e Atessa, dopo la chiusura di questi reparti a Casoli). Alle proteste però risponde solo Chiodi: nessuno dei suoi assessori o dei consiglieri di maggioranza dice una parola. Al massimo si rivendicano i risultati positivi dei bilanci Asl e l’azzeramento del debito, che non sono una risposta sanitaria. Ma visto che le proteste vengono delegate al centrosinistra, il sospetto è che gli eletti del centrodestra e quelli che li votano non si ammalano mai. E che quelle donne non partoriscono.

Sebastiano Calella  10/10/2011 9.16