L’Abruzzo è fuori dal sistema di sorveglianza del Pronto soccorso

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. I 100mila accessi al Pronto soccorso di Pescara o i 50 mila di Chieti (così come quelli di altri ospedali abruzzesi) sono una miniera di dati a cielo aperto, ma nessuno li utilizza.

ABRUZZO. I 100mila accessi al Pronto soccorso di Pescara o i 50 mila di Chieti (così come quelli di altri ospedali abruzzesi) sono una miniera di dati a cielo aperto, ma nessuno li utilizza.

Non lo fa soprattutto l’Ufficio del Commissario alla sanità che decide dove tagliare e dove no, ma solo a valle dei fenomeni: del famoso “Piano del fabbisogno” spesso si parla, ma non se ne ha traccia evidente. E invece se si fosse prestata attenzione ai dati che emergono dal sistema di monitoraggio degli accessi, si sarebbe scoperto – ad esempio – che le bronchiti o la diarrea oppure la febbre sono le cause più frequenti che mandano in tilt il Pronto soccorso. E così invece di trasformare le lunghe file dei codici bianchi o verdi in proteste anche plateali, nonostante l’impegno degli addetti ai lavori, dai dati rilevati si poteva risalire nella filiera sanitaria e agire efficacemente sulle cause del ricorso al Pronto soccorso. Forse è l’uovo di Colombo, ma spesso in sanità si assiste alla trasformazione delle cose semplici in problemi difficilissimi.

Basterebbe leggere i dati recentissimi (settimana che va dal 12 al 18 settembre scorso) del Sistema di sorveglianza degli accessi al Pronto soccorso - realizzato dall’Istituto superiore di sanità - per riflettere su due aspetti almeno: il primo è che l’Abruzzo non ha partecipato a questa rilevazione e quindi sono statisticamente ignote le malattie più “gettonate” che spingono i malati al Pronto soccorso; il secondo è che la politica sanitaria realizzata dall’Ufficio commissariale con chiusure e accorpamenti, ma anche il prossimo Piano per l’emergenza-urgenza, sembrano più esercitazioni scolastiche che scelte legate alla realtà del territorio ed alla conoscenza dello stato di salute dei cittadini abruzzesi. Sono 12 le malattie messe sotto sorveglianza dal sistema di controllo, ma le più importanti per la rilevazione settimanale sono la febbre con rash (cioè le bolle), la diarrea più o meno con sangue, l’ittero e le bronchiti. Naturalmente ci sono anche le malattie neurologiche, le lesioni, lo shock e così via e di ogni malattia viene elaborata la divisione per classi di età, dai bambini agli anziani. Nel quadro degli accessi viene riportata anche la soglia di allerta, cioè quando si supera il numero atteso normalmente degli accessi al Pronto soccorso. Si capisce bene che sarebbe decisivo conoscere perché tante persone con questa o quella malattia ricorrono alle cure del pronto soccorso e non a quelle del medico di famiglia e con quale frequenza.

Solo così si potrebbe decidere con cognizione di causa dove tagliare e dove incentivare, cioè programmare sul territorio tenendo conto delle reali esigenze dei cittadini. E invece si naviga a vista, con Programmi operativi realizzati su dati di spesa e non di fabbisogno sanitario e con soppressione di servizi sostituiti da sigle sconosciute come Utap o Uccp (studi medici associati o unità di cure complesse) dal dubbio potere taumaturgico. Insomma la sanità come il gioco del Monopoli, con la differenza che tutti sanno che quei soldi sono falsi, mentre le malattie e la necessità di curarle sono purtroppo vere.

Sebastiano Calella  05/10/2011 9.13