Riciclò il tesoro di Ciancimino in Abruzzo, ora accusa il ministro Romano

Alessandro Biancardi

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PALERMO. «50.000 a Cuffaro e 50.000 a Romano». E’ la confessione del tributarista Gianni Lapis, braccio destro di Vito Ciancimino, che negli anni passati ha investito ingenti somme del tesoro dell’ex sindaco mafioso di Palermo anche in Abruzzo.

PALERMO. «50.000 a Cuffaro e 50.000 a Romano». E’ la confessione del tributarista Gianni Lapis, braccio destro di Vito Ciancimino, che negli anni passati ha investito ingenti somme del tesoro dell’ex sindaco mafioso di Palermo anche in Abruzzo.

I soldi della mafia sono finiti come si sa riciclati anche in Abruzzo, nella Marsica, nei settore gas e turismo. Proprio i soldi legati agli appalti della società Gas (''gioiellino'' della famiglia Ciancimino), secondo i pm di Palermo Nino Di Matteo, Sergio Demontis, Paolo Guido e al procuratore aggiunto Antonio Ingroia, sarebbero serviti per pagare politici «di tutti gli schieramenti», assicura Lapis. E di soldi il settore ne ha prodotti molti: basti pensare solo alla vendita del ''giocattolo'' dell'ex sindaco venduto fra il 2003 e il 2004 agli spagnoli della Gas natural per 120 milioni di euro. Prima della cessione, però, le quote erano detenute proprio da Lapis che, per i magistrati, agiva come prestanome dei Ciancimino (e per alcuni pentiti addirittura Provenzano) e che era arrivato a Tagliacozzo, in Abruzzo, attraverso la società palermitana che gestisce la rete del gas del comune abruzzese.

I 120 milioni della vendita della società sarebbero poi stati reinvestiti in Romania, Belgrado e anche nella "Alba d'oro srl", la società impegnata nella realizzazione della struttura ricettiva ''La Contea'' a Tagliacozzo sequestrata nel 2009. Gli inquirenti riuscirono a rintracciare tutti i vari versamenti che da Palermo arrivavano direttamente in Abruzzo.

Ma la Procura palermitana già nel 2005 aveva sequestrato il 50% delle quote della Sirco spa in "Alba d'oro", e nominato tre curatori giudiziari. Nel marzo 2007, sempre da Palermo, arrivò la condanna in primo grado per Lapis, Ghiron e Ciancimino per reimpiego di capitali. Nel settembre 2006, ad Avezzano, dieci imprenditori tra marsicani e siciliani, si incontrano in uno studio notarile per dar vita ad altre due società: La Ecologica Abruzzi srl e la Marsica plastica srl (con sede a Carsoli).

Con queste due società il gruppo che ruotava intorno a Lapis allargò gli interessi proprio al gas e alle strutture ricettive, al settore dei rifiuti e produzione di energia.

Il fantasma di Ciancimino si è riaffacciato anche recentemente in regione e per la precisione con la ricostruzione aquilana quando Dante Di Marco, socio fondatore della "Marsica Plastica srl", si è aggiudicato l’appalto per le piattaforme di cemento di Bazzano dove sono poi sorte le nuove case antisismiche.

La cosa non è passata sotto silenzio. Ma ancora prima la regione aveva scoperto di essere la meta ideale per le associazioni criminali che reinvestivano il denaro in immobili e terreni: ville, appartamenti, seconde case costruite tra la Marsica e la costa. Un nome su tutti quello di Enrico Nicoletti, ritenuto il cassiere della Banda della Magliana che in Abruzzo aveva decine di proprietà.

OGGI LE ACCUSE AL MINISTRO

Lapis ha confermato nei giorni scorsi alla Procura di Palermo i ''finanziamenti'' elargiti all'ex presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro (in carcere) e al ministro dell'Agricoltura, Saverio Romano. La confessione di Lapis ai magistrati della procura siciliana viene pubblicata su Repubblica Palermo in un articolo firmato dal giornalista Salvo Palazzolo. «Io non davo mazzette, finanziavo tanti gruppi politici. Quando reputavo una persona corretta gli sono stato sempre vicino, non mi costava nulla», ha rivelato il tributarista.

E le dichiarazioni si incrociano con quelle già rese dal figlio dell'ex boss di Palermo (morto nel 2002) che già rivelò ai magistrati palermitani: «nel 2004 portai a Lapis 500.000 euro in contanti, all'hotel Borgognoni, a Roma. Mi disse che la somma doveva essere destinata ad alcuni politici locali»

Il ministro Romano, però, già indagato per concorso in associazione mafiosa, nega e assicura: «non ho mai preso neanche un caffè con Ciancimino. E Lapis era solo uno stimato docente universitario, consulente dell'Ircac, di cui diventai poi presidente. Mi avrà cercato una sola volta, per parlare di riforma fiscale».

Intanto, svela sempre Palazzolo, la Procura ha chiesto di poter utilizzare le intercettazioni in cui Lapis parla con Romano e Vizzini, che risalgono al 2003-2004: il 3 ottobre, il gip dovrà valutare se inviarle alla Camera e al Senato, per il via libera finale.

Sono due fino a questo momente le inchieste che coinvolgono il ministro del governo Berlusconi. Nella prima il ministro è indagato per concorso in associazione mafiosa. Nella richiesta di rinvio a giudizio il pm Nino Di Matteo e l'aggiunto Ignazio De Francisci hanno affermato che Romano «avrebbe messo a disposizione di Cosa nostra il proprio ruolo, contribuendo alla realizzazione del programma criminoso dell'organizzazione tendente all'acquisizione di poteri di influenza sull'operato di organismi politici e amministrativi». Poi c'è l'inchiesta per corruzione, assieme a Lapis, Cuffaro, Ciancimino e al senatore Carlo Vizzini.

28/09/2011 9.27