Sanità abruzzese alla battaglia finale, si aspettano le decisioni della Corte costituzionale

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Adesso che una prestazione ospedaliera costa 36 euro più 10 di nuovo ticket, cioè 46 euro, e si può ottenerla in una struttura privata a 50 euro, chi farà più la fila al Cup dell’ospedale?

ABRUZZO. Adesso che una prestazione ospedaliera costa 36 euro più 10 di nuovo ticket, cioè 46 euro, e si può ottenerla in una struttura privata a 50 euro, chi farà più la fila al Cup dell’ospedale?

Chi aspetterà mesi e mesi di prenotazione? Insomma ci sono le prime timide avvisaglie che le liste di attesa diminuiranno, stando almeno alle notizie che filtrano dagli ospedali dove il numero delle prestazioni sta diminuendo. Colpa o merito della diminuzione che si registra nel mese di agosto, rinuncia all’assistenza perché costa troppo, convenienza a rivolgersi al privato, dove magari l’ecografia ha il sottofondo della filodiffusione, i muri dell’ambulatorio non sono scrostati e nella sala d’attesa c’è qualche rivista da leggere? Bisognerà aspettare qualche mese per tirare le somme di questo fenomeno, ma per adesso l’effetto collaterale dell’aumento del ticket non è solo il pericolo di favorire il privato, come ha denunciato in questi giorni Carlo Costantini (Idv) criticando che la Asl dell’Aquila ha dirottato sulle cliniche le prestazioni che l’ospedale non riesce a fare. La vera conseguenza dell’approccio contabile alla sanità, che è la moda del momento, è invece l’implosione dello stato sociale che non riesce più ad assicurare l’assistenza ed il diritto di tutti alla salute e che offre le sue prestazioni a costi così alti che risultano inaccessibili ai cittadini, soprattutto in un momento di crisi economica. Di questo però non si è parlato per tutto il mese di agosto, sulla scia della comunicazione trionfalistica di fine luglio quando il commissario-presidente Chiodi ha convocato tutti per la buona notizia: il tavolo di monitoraggio romano ha promosso i conti della sanità abruzzese che oggi non solo non ha debiti, ma addirittura veleggia verso l’attivo. Con le Asl di Pescara e Teramo che guidano la graduatoria delle amministrazioni virtuose, con L’Aquila e Chieti che arrancano, ma sono sulla buona strada, e con la promessa-impegno di Chiodi di licenziare al più presto (cioè entro settembre) il nuovo Piano sanitario regionale. Tutto bene dunque nella sanità abruzzese? Non proprio, perché c’è una verità nascosta che i comunicati ufficiali non raccontano, impegnati come sono a magnificare le luci più che le ombre dell’assistenza sanitaria in Abruzzo. Il che produce come effetto un clima di contrapposizione tra maggioranza ed opposizione

che esaspera i toni e fa chiedere sempre di più un clima di verità su quello che succede nella sanità. In questo clima Carlo Costantini smaschera le incertezze della Asl aquilana, che prima dice di essere intasata per le radiografie e poi si fa scoprire di non esserlo. Ma la stessa operazione c’è stata a Chieti, quando la locale Asl ha chiesto aiuto a Villa Pini per smaltire le liste di attesa della mammografia, il che non ha prodotto scandalo per un rapporto di reciproca collaborazione tra pubblico e privato che sono complementari e magari concorrenziali. Il problema allora è forse

un altro, è di natura quasi filosofica nel senso che è necessario capire chi decide in che direzione si muove l’assistenza, che ruolo ha il Consiglio regionale (cioè gli eletti e non i commissari) che ha la competenza della sanità, dove trovano legittimazione gli atti del Programma operativo che ha tagliato ospedali, primari, servizi e assistenza farmaceutica (l’ultima trovata molto strana è pensare di risparmiare imponendo la prescrivere una sola confezione di medicine e costringendo il malato abruzzese a passare la vita negli studi medici in attesa della ricetta monopezzo).

LA BATTAGLIA A DIFESA DELLA SANITÀ PUBBLICA PASSA PER LA CORTE COSTITUZIONALE 

Per capire dove va la sanità c’è la vicenda non ancora conclusa della chiusura dell’ospedale di Guardiagrele, prima annunciata, poi sospesa dai Tar, poi imposta dal Governo, poi non ancora effettuata in attesa di chissà cosa. La sanità abruzzese, di fatto scippata al Consiglio regionale è oggi governata dalle scelte ragionieristiche dei ministero dell’Economia ed è quindi influenzata dalle mode imposte da qualche lobby nazionale che preferisce la sanità a pagamento a quella dello Stato sociale. E intanto tiene a bagnomaria l’ospedale guardiese. Il manager Francesco Zavattaro, che

avrebbe tutti gli strumenti per chiudere definitivamente la struttura (di fatto è già chiusa, nel senso che viene lasciata morire…) ha chiesto lumi a Chiodi ed è in attesa di ordini precisi. Chiodi non si muove, perché anche lui aspetta cosa deciderà la Corte costituzionale, se cioè sono corretti i giochetti governativi che hanno trasformato in legge i provvedimenti del programma operativo bocciati dal Tar. Insomma la vicenda dell’ospedale di Guardiagrele da tempo ha perso il connotato campanilistico che in molti forse gli hanno erroneamente attribuito ed è diventata la linea di difesa della sanità pubblica, non solo in Abruzzo, ma anche fuori regione, dal Molise al Lazio. Già sono noti i successi dell’avvocato Simone Dal Pozzo (che insieme alla lista “Guardiagrele il bene in comune” ha difeso il locale nosocomio), chiamato a salvare anche l’ospedale di Agnone. Oggi si apprende che anche il presidio ospedaliero di Anagni, chiuso dal governatore del Lazio Renata Polverini, è stato salvato dall’avvocato Dal Pozzo con gli stessi motivi che hanno fatto bocciare i provvedimenti di chiusura abruzzesi: difetto di istruttoria, dati sbagliati, chiusura improvvida di un ospedale che assiste 80 mila persone, senza creare servizi alternativi. Ora salvare Guardiagrele diventa la battaglia finale per annullare definitivamente gli effetti disastrosi sull’assistenza provocati dal piano operativo. «La nostra strategia è oggi quella di ottenere nel più breve tempo possibile un giudizio della Corte Costituzionale sul decreto legge 98 che, siamo convinti, è assolutamente illegittimo – spiega l’avvocato Dal Pozzo - il problema è che il nostro ordinamento

non prevede un ricorso diretto alla Consulta che, invece, può essere chiamata a pronunciarsi su una questione di legittimità solo se un giudice (un Tribunale, un Tar, un Giudice di Pace, una Corte d’appello, la Cassazione o il Consiglio di Stato) glielo chiede. Perciò il 23 agosto ho depositato una “istanza di prelievo”: si tratta di una domanda al presidente della sezione di trattare con urgenza il merito e, in quella sede, confidiamo che gli atti vengano rimessi alla Consulta». Tra gli aspetti sollevati in giudizio, c’è l’assoluta disparità di trattamento tra l’Abruzzo e le altre regioni. Il decreto governativo 98 infatti prevede che in tutte le regioni commissariate sia il Consiglio Regionale a correggere eventuali difformità tra Programma Operativo e legislazione regionale vigente, per il solo Abruzzo è previsto che il piano diventi legge dello Stato. Infatti ad Anagni, con ordinanza depositata il 30 agosto scorso, c’è stata la sospensione degli atti del commissario Polverini che prevedevano la chiusura del locale ospedale dall’1 ottobre e questo è stato possibile perché il Piano Operativo della Polverini impugnato è ancora un atto amministrativo. Se il governo avesse agito

per il Lazio come ha agito per l’Abruzzo, il Consiglio di Stato avrebbe dovuto prendere atto della situazione e non avrebbe potuto sospendere la chiusura. Insomma – chiosa l’avvocato - l’Abruzzo è una regione “meno uguale” delle altre e questo, da un punto di vista giuridico, è semplicemente assurdo».

L’altra anomalia del decreto 98, è che il Commissario entro 60 giorni (metà settembre) deve approvare il Piano Sanitario 2011-2012. Ora, a parte il fatto che la durata del Piano Sanitario è triennale e non biennale, questo obbligo è previsto per il solo commissario abruzzese e non per gli altri. E così, Chiodi si vede riconosciuto il potere di adottare un atto fondamentale (quale è il Piano Sanitario) senza dovere consultare il Consiglio Regionale. Che da parte sua per il momento tace, come in passato. Poche sono infatti le voci che si levano a difesa della sanità pubblica, senza dimenticare il ruolo fondamentale di supporto che svolge anche la sanità privata. Di questo non si parla quasi mai, si dice che il tavolo di monitoraggio ha approvato la politica del commissario, ma si omette di dire che sono state imposte prescrizioni severe per il raggiungimento degli obiettivi. Ma questa è un’altra storia: basta sfogliare il verbale del tavolo romano e dopo le lodi troviamo le bacchettate. L’impressione è che l’ufficio commissariale, troppo impegnato a pubblicizzare una sua immagine di efficienza, abbia dimenticato che l’assistenza sanitaria è anche quella che passa

attraverso il Cup, le liste di attesa, i disservizi in ospedale, la mobilità passiva, le file in farmacia, insomma lo scadimento della qualità reale e percepita della sanità abruzzese. 

Sebastiano Calella 01/09/2011 10.30