Giustizia. No alla soppressione dei tribunali minori. Le proteste dei fonici e trascrittori

Alessandro Biancardi

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Giustizia. No alla soppressione dei tribunali minori. Le proteste dei fonici e trascrittori
PESCARA. Il governo la chiama «ridefinizione della geografia giudiziaria». Sono le nuove misure, previste dalla manovra finanziaria che ridisegneranno il sistema di giustizia e sforbiciando probabilmente i tribunali minori per fare cassa.

Ma per i togati abruzzesi si tratta «di uno stravolgimento vero e proprio che andrà ad appesantire,  anziché snellire, il già compromesso sistema di giustizia».

Perché secondo l’Anf (associazione nazionale forense) ed il sindacato avvocati di Pescara, insorti contro la manovra,«i tribunali minori come Vasto, Lanciano, Sulmona, Avezzano a rischio chiusura, non solo assicurano un sistema di giustizia periferico ma sono punti di riferimento ed una loro chiusura porterebbe disagi per i residenti».

La misura, invece, fa salve le sedi distaccate dei tribunali che non verranno per niente intaccate.  A tutto ciò si aggiunge la preoccupazione per le sorti di funzionari e lavoratori dei tribunali abruzzesi: dai fonici e trascrittori  a tutto il mondo che gravita intorno al sistema di giustizia (e ne permette il funzionamento), in balia di contratti a termine e condizioni di lavoro difficili da sopportare.

Proprio alcuni lavoratori tra fonici e trascrittori hanno inviato una vibrata lettera di commiato al Ministero della Giustizia e ad altre sedi istituzionali, esprimendo il loro sdegno per una sentenza del Consiglio di Stato che ha portato al loro licenziamento.

GLI AVVOCATI DI PESCARA: «TENER CONTO DEI PROBLEMI DELLA GIUSTIZIA»

E’ Marcello Pacifico, segretario del sindacato degli avvocati di Pescara, a spiegare il perché della protesta e a chiedere «che la riforma della geografia giudiziaria venga discussa e varata tenendo conto delle questioni e dei problemi della giustizia italiana».

«L’abolizione dei tribunali minori», dichiara, «comporterebbe un loro accorpamento ai tribunali provinciali (di cui dovrebbero diventare sedi distaccate) e causerebbe più problemi che vantaggi. I tribunali minori sono presidi territorialmente ben definiti rispondenti ad idonee aree geografiche di riferimento con adeguato carico di lavoro ma con carenze nell’organico quanto a magistrati e personale. La loro soppressione oltre a non snellire affatto il farraginoso processo giudiziario (ci sarebbe un sovraccarico delle sedi provinciali non in grado di far fronte ad esigenze maggiori rispetto a quelle finora sostenute), comporta anche un disagio per i residenti sotto l’aspetto logistico ed economico. Sarebbe più opportuno che venissero soppresse le sezioni distaccate dei tribunali, fonti di spese, dispendi inutili, di oneri economici gravosi ed ingiustificati e tenute in piedi da interessi politici localistici».

Dello stesso avviso è Maurizio De Tilla, presidente dell’Oua (organismo unitario avvocati) che commenta così la misura: «ci sono piu' di 200 sezioni distaccate, alcune sono del tutto improduttive ed altre non servono a niente visto che sono a ridosso dei tribunali. In altri termini sarebbe necessario trovare soluzioni che mantengano il più possibile inalterata l'attuale dislocazione degli uffici di primo grado. E questo va fatto con la collaborazione dell'avvocatura territoriale, unica in grado di fornire indicazioni certe sulle realtà locali. E' sbagliato tagliare i tribunali minori secondo logiche ragionieristiche; non si può fare solo un discorso di produttività, pressati dalla grave situazione economica che affronta il Paese».

Ed è proprio lui ad evidenziare quelli che definisce «i veri problemi» del sistema.

«La macchina giudiziaria sembra un colabrodo», afferma, «gli uffici lamentano carenze di personale e di fondi. Sono state decise riduzioni dei consumi intermedi (l'acquisto di beni e servizi, di toner, fotocopiatrici e carta) per circa 100 milioni di euro. Ma superiore a questa cifra è stato l'incremento di costo per l'apparato investigativo ( i costi più alti sono stati quelli per le intercettazioni). Per non parlare dei tempi processuali, altro tallone d’Achille. L'Unione Europea che si è espressa a riguardo ha richiamato l'Italia ad un rispetto dei tempi medi di giudizio e il Ministro della Giustizia si è impegnato nella creazione di strumenti a favore dell'efficienza giudiziaria, al fine di contenere la durata dei processi al massimo entro cinque anni. Ma nel nostro Paese questo limite è pura teoria».

LICENZIATI IN TRONCO

Sono loro, i dipendenti dei tribunali (fonici e trascrittori), l’anello debole del sistema  giudiziario. Anche loro vivono un momento delicato.

E’ per questo che hanno indirizzato alla Corte d’appello de L’Aquila, ai tribunali, alle procure della Repubblica, agli ordini degli avvocati de L’Aquila, di Teramo, delle sezioni distaccate di Pescara, Chieti, Sulmona, Lanciano, Vasto e Avezzano, al Ministero di Giustizia, al Ministero del lavoro, all’Autorità vigilanza sui contratti pubblici, una lettera sfogo.

Perché i malcapitati lavoratori, da anni alle dipendenze delle imprese e ditte di multi servizi (commercio, metalmeccanico, studi professionali che hanno vinto appalti nazionali indetti dal Ministero di Giustizia), sono stati costretti a fare fagotto in seguito ad una sentenza del Consiglio di Stato. Secondo il tribunale, il Ministero di Giustizia non avrebbe dovuto affidare, con gara d’appalto, il lotto numero tre all’Ati (associazione temporanea di impresa), per mancanza di requisiti. Risultato? Il contratto di molti lavoratori è stato dichiarato nullo.  Ed ora che non hanno nulla da perdere, fonici e trascrittori vuotano il sacco.

«I contratti che abbiamo avuto in questi anni non sempre rispettati», scrivono alcuni lavoratori, «sono andati via via peggiorando. Addirittura non avevamo neppure diritto agli ammortizzatori sociali. Ora perciò, alla luce della sentenza, ci troviamo da una parte una lettera di licenziamento dall’Ati, dall’altra una proposta poco allettante del consorzio Astrea che si occupa della fornitura di servizi di verbalizzazione e ausilio all’attività giudiziaria, di un contratto a tempo determinato, ad intermittenza, senza diritto di chiamata, per un giorno a settimana con paga oraria di 7 euro lorde, per i prossimi due mesi. 7 euro all’ora per mantenere le nostre famiglie».

Ma c’e a chi e andata peggio e si trova con un pugno di mosche in mano. Molte ditte subentranti, infatti, hanno ignorato i lavoratori già impiegati nei tribunali interessati preferendo assumere nuovi dipendenti.

«Noi ci sentiamo più garantiti da un sussidio di disoccupazione», continuano i lavoratori abruzzesi, «anche se della durata di 8 mesi, che da un contratto ad intermittenza di questo genere. La cosa più triste è che se non svolgeremo noi questo lavoro, lo farà qualche giovane neolaureato  alla ricerca di una paghetta per soddisfare i propri vizi. E’ per questo che non vogliamo più che si usi parola professionalità  in riferimento al nostro lavoro visto che è declassato e svilito in questo modo».

E la richiesta dei fonici e trascrittori è unanime:«speriamo che il Ministero, le aziende aggiudicatarie degli appalti ed i sindacati dei lavoratori aprano un tavolo di discussione per restituire dignità ai 1200 dipendenti che prestano servizio e che ogni 2 anni si vedono costretti ad accettare condizioni lavorative peggiori. Si pensa a tagliare e a fare cassa ma a noi chi ci pensa?».

Tra questi e mille altri problemi ogni giorno si cerca di fare giustizia…

01/09/2011 8.24