Sanità, altri sacrifici nel Programma operativo 2011-2012

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

4182

Sanità, altri sacrifici nel Programma operativo 2011-2012
IL DOCUMENTO.  ABRUZZO. C’è di tutto e di più nel Programma operativo 2011-2012, il documento che spiega come sarà la sanità abruzzese dei prossimi due anni.

Ticket nuovi, oltre quelli già in arrivo da parte del Governo, tagli al personale, che sarà smistato a caso come è successo ai malati degli ospedali chiusi o delle riabilitazioni psichiatriche, una stretta ulteriore alla spesa farmaceutica, l’accentramento della casistica, cioè dovranno funzionare solo i reparti che hanno più ricoveri, perché solo così ci «si cura meglio e si spende meno».

 In verità siamo di fronte al solito libro dei sogni, alla sanità come dovrebbe essere secondo la teoria, ma senza nessun aggancio alla realtà “effettuale” dell’Abruzzo. A una lettura superficiale, questo documento non sembra partire dalla conoscenza dei flussi effettivi dei malati verso gli ospedali del territorio,  dell’assistenza dei Medici di medicina generale e del ruolo degli operatori sanitari privati. Pare invece un’applicazione scolastica delle proposte dell’Agenas, l’agenzia sanitaria nazionale. Insomma la solita camicia di forza della teoria, calata su un Abruzzo di cui non si conoscono le dinamiche sociali e culturali, come se la regione fosse ancora ferma ai tempi dei pastori. Dopo le polemiche sul P.O. del 2010 e le sue ripetute sconfitte davanti ai Tribunali amministrativi, si sperava in un cambiamento di rotta, in una maggiore apertura alle richieste del territorio ed alla concertazione. E invece no: sull’onda della protezione governativa che ha reso per il momento inattaccabili le decisioni del Commissario alla sanità, il P.O. ha lo stesso stile e la stessa autoreferenzialità del precedente documento. Perché basterebbe leggere la premessa delle 26 pagine del documento per avere la netta sensazione che chi ha scritto il P.O. si sente depositario della verità al punto da non rendersi conto di alcune contraddizioni evidenti.

Se poi si legge il resto, la sensazione è ancora più sgradevole: tra sigle per addetti ai lavori, formule matematiche astruse, sfoggio di parole inglesi usate come il “latinorum” di manzoniana memoria utilizzato per confondere le idee delle persone semplici, il quadro che ne viene fuori è desolante per il linguaggio iniziatico che spesso è sintomo di fuga dalla realtà.

«IN QUESTI DUE ANNI MIGLIORANO I CONTI E LA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA»

Intanto la presa in giro inizia dalla premessa: si tenta di far passare l’immagine di un Abruzzo che non è quella vera e di una sanità che non è quella reale. «L’Abruzzo nei prossimi due anni intende rientrare tra le regioni che meritano di essere definite virtuose grazie al percorso intrapreso per il raggiungimento dell’equilibrio economico finanziario e per il miglioramento della qualità delle cure», si legge nelle righe iniziali. Ma non è proprio così: il Piano di rientro dai debiti è del 2007, cioè ha quattro anni e porta la firma dell’assessore Bernardo Mazzocca, ed il Programma operativo 2010 e seguenti – dicono le sentenze Tar – non sono che la prosecuzione degli interventi di risanamento programmati in quel Piano.

Quanto alla qualità delle cure, che si vuole far credere migliorata, è una favola che non regge: se i dati sulla mobilità passiva parlano di aumento esponenziale dei viaggi della speranza e del turismo sanitario, ciò significa che si va a cercare altrove la «qualità delle cure». Inoltre non può esserci miglioramento dell’assistenza, se si considera anche il disagio sociale ed economico creato dalla chiusura dei piccoli ospedali. Continua la premessa: «Abbiamo fatto un cammino severo che ci ha permesso un elevato livello di servizio attraverso la riduzione di sprechi ed eccessi». Tutto vero, ma in un altro senso: dalla severità del cammino proprio impervio per chi deve aspettare anni per una visita o un esame, alla riduzione di sprechi ed eccessi in Abruzzo, come il taglio sulla carta dei primari “doppioni”, che però continuano a prendere lo stesso stipendio.

«Siamo convinti che la concentrazione della casistica sia la carta vincente per il futuro», continua il Piano. Tradotto significa non solo che i piccoli ospedali chiusi restano chiusi, ma che anche altri li seguiranno e forse ci sarà speranza di sopravvivenza solo per i più grandi. Ma anche qui c’è la solita contraddizione: se la concentrazione fosse vera, non si capirebbe perché invece di potenziare la Cardiochirurgia di Chieti si è fatto di tutto per deprimerla. E poi l’autogol che non ti aspetti, ma che spiega il taglio da marketing con cui il Piano è stato elaborato: «comunicare ai cittadini l’esito delle cure genera una migliore qualità percepita dei professionisti sanitari da cui deriva un aumento dei volumi». Cioè non ci sono guarigioni, ma aumento dei volumi, tipo supermarket.

I CONTENUTI DEL PROGRAMMA OPERATIVO, LE SPESE, LE CRITICITÀ

E vai con lo specchietto dei sogni a pagina 3. Cominciano poi le tabelle dei conti economici consuntivi dal 2008 al 2010, poi ripresi e riproposti successivamente: si va da un deficit di 125 milioni ad uno di 32. Ma il costo del personale è troppo elevato in assoluto ed i rapporto ai pazienti curati, come si spiga con abbondanza di grafici e schemi. Infine si scopre che la mobilità passiva è aumentata, ma la colpa è ancora del terremoto 2009 (fino a quando ci sarà questa spiegazione buona per tutto?). Poi la colpa della spesa che aumenta e non diminuisce è data alla componente dei farmaci, il che non sembra molto convincente e su cui torneremo. Per la tendenza economica per il 2011 ed il 2012 svela che ci sarà un meno 62 milioni per l’anno in corso ed un meno 68 per il 2012. Ciò nonostante la politica della concentrazione del personale e dell’aumento localizzato dei volumi delle prestazioni per patologia, il che favorirà solo i grandi ospedali. Tra i programmi da realizzare c’è anche il ripetuto accordo (mai sottoscritto, così come gli accordi di confine con le altre regioni per limitare la mobilità passiva) per «allineare la spesa dei farmaci per l’appropriatezza prescrittiva» e per favorire le medicine generiche, cioè quelle non brevettate e meno costose. In realtà non è così, perché la Regione non ha fatto nulla per favorire l’uso dei farmaci equivalenti, anzi li ha resi meno appetibili, facendo pagare il ticket anche su quelli. Infine i tetti alle cliniche ed alle prestazioni territoriali, con la «compartecipazione» alle tariffe. Si perde il pelo, ma non il vizio: la chiusura dei piccoli ospedali è «riconversione», il ticket aggiuntivo chiesto per le Rsa o per i pazienti psichiatrici è «compartecipazione». Nulla di nuovo. E forse è giusto così. Ed anche poco. Nel P.O. si poteva decidere di chiudere anche tutta la sanità abruzzese, tanto bastava un decreto legge per dire che così andava bene.

Sebastiano Calella  14/07/2011 10.54

 

SANITA'. PIANO OPERATIVO Abruzzo 11-12_Luglio 2011_V1.0